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Intesa, più private banking all’estero

Dopo Lugano, Londra. E poi New York e Hong Kong, sulle orme degli italiani all’estero e degli stranieri che guardano all’Italia. Intesa Sanpaolo procede nella strategia a base di piccoli passi e crescita interna per il private banking, che – insieme all’asset management – si conferma il principale motore di redditività del gruppo. Dopo la Svizzera, fresca degli effetti della voluntary disclosure, ieri è stata la volta dell’inaugurazione della filiale di Londra: 10 i banker operativi, guidati dall’ex JP Morgan Stefano Ferraiolo, a cui presto se ne aggiungeranno altrettanti per centrare il target di 5 miliardi di masse gestite in tre anni. Per il ceo di gruppo, Carlo Messina, «si può fare anche di più, il target è conservativo». Ma è anche vero, come ha spiegato il manager inaugurando la filiale al quarto piano dello storico palazzo Comit dietro a Saint Paul, che Intesa ha deciso di scommettere sulla City per questioni di forma oltre che di sostanza. «Ormai siamo considerati una banca di prima categoria, e il private banking, con i suoi richiami alla solidità e all’affidabilità è uno dei principali driver anche dell’elemento reputazionale», ha sottolineato Messina; rimarcando che la banca è affezionata al primato di crescita del titolo da inizio anno tra i bancari, e che per conservarlo sarà necessario restare nel cuore dei soci esteri, cui oggi fa capo oltre il 60% del capitale. Ai quali, non a caso, il ceo torna a lanciare un messaggio incoraggiante: «Abbiamo 2,7 miliardi di utile già fatto nei nove e mesi e sinceramente credo che ci sia ancora uno spazio per rendere felici i nostri azionisti», ha detto, lasciando intendere che neanche i 380 milioni di costi imprevisti legati al piano salvabanche possono mettere in discussione un ritocco alla cedola. Reputazione, dunque, e redditività. Che, in tempi di tassi a zero e di margine d’interesse poco sopra, si fa soprattutto sulle commissioni; nei primi 9 mesi del 2015 hanno contribuito per il 41% a livello di margine operativo, «siamo leader in Italia e al quarto posto nell’eurozona per masse amministrate», ha ricordato Messina. Oggi siamo a 184,2 miliardi, ma anche il 2016, per Messina, potrà offrire le sue soddisfazioni in termini di crescita: ci sono i 20 miliardi di obbligazioni del gruppo in mano al retail che scadranno nel 2016, ad esempio, o altri 160 miliardi di titoli che si avvicineranno a scadenza, occasioni da cogliere al volo che rendono il ceo «assolutamente positivo sulla capacità di questa area di business».
Intanto, il gruppo punta ad allargare il perimetro. Senza acquisizioni, che al momento «non sono sul tavolo», ma per crescita interna: puntando su nuove piazze e sui clienti lasciati per strada dai competitor, italiani ed esteri. E così, appunto, si spiega la strategia di sviluppo all’estero messa a punto con Paolo Molesini, ceo della neonata Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking, che dopo Lugano passa ora da Londra – dove gli italiani sono mezzo milione – e poi si dirigerà verso gli Stati Uniti e l’Asia, con destinazione New York e Hong Kong.

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