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Intesa fa il pieno su Ubi: sarà fusione

Intesa Sanpaolo mette definitivamente le mani su Ubi. L’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) di Ca’ de Sass sull’ex popolare è andata a segno: le adesioni dei soci di Ubi ieri hanno toccato il 71,9%, una quota che va ben oltre il 50%, prima soglia posta da Intesa per ritenere valida l’operazione. Ma il dato raggiunto ieri supera di slancio anche il 66%, vero obiettivo finale di Ca’ de Sass, che si garantisce così il pieno controllo dell’assemblea straordinaria di Ubi, la conseguente cessione di 532 sportelli a Bper e la futura fusione per incorporazione di Ubi (che plausibilmente non avverrà prima dell’esercizio 2021).

In una sola seduta è stato apportato all’offerta pubblica di scambio e acquisto il 28,43% del capitale di Ubi Banca.Il risultato è arrivato peraltro con due giorni di anticipo rispetto alla scadenza tecnica dell’Opas, inizialmente fissata a ieri sera ma prorogata da Consob a giovedì per alcune irregolarità da parte di Ubi nella pubblicazione di un comparatore dei prezzi delle azioni nel quadro del deal.

Il successo numerico conferma l’apprezzamento del mercato rispetto alla proposta della banca guidata da Carlo Messina, che aveva messo sul tavolo inizialmente 17 azioni Intesa ogni 10 Ubi, per poi aggiungere nei giorni scorsi 0,57 euro ad azione, con un premio del 44,7% sui prezzi pre-offerta.

Ora l’obiettivo di Intesa è ovviamente quello di incrementare ulteriormente la raccolta delle adesioni, anche per rendere ancora più fluida l’operazione di fusione. Negli ambienti vicino a Ca’ de Sass – che è supportata da Mediobanca, che agisce da lead financial advisor, oltre che da Equita, JpMorgan, Morgan Stanley e Ubs – c’è fiducia in vista del superamento di quota 80%.

Le premesse del resto ci sono tutte. Ieri a dare il suo placet all’operazione è stato anche il Car, il patto di consultazione che controllava il 19% di Ubi. Da subito posizionatosi contro la proposta di Intesa, a febbraio definita «irricevibile», il patto che raccoglieva i soci più rappresentativi di Ubi si è andato via via sgretolandosi sulla scia delle varie defezioni dei suoi componenti, da Cattolica alla Fondazione Banca del Monte di Lombardia, fino ad arrivare a Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. Decisiva, in questo senso, è stata la mossa di Intesa di aggiungere la componente cash a quella azionaria. A mancare all’appello erano però ancora alcune famiglie imprenditoriali, sia sul fronte bergamasco – Bosatelli (3% circa), Pilenga, Andreoletti, Radici, Bombassei, ognuna con l’1% circa – e bresciano, come i Gussalli Beretta, anch’essi con l’1% circa. Ieri anche gli imprenditori hanno deciso di uscire allo scoperto annunciando come patto di voler aderire «dopo il parziale riconoscimento del valore economico di Ubi Banca», ma anche «dopo aver ricevuto ampie rassicurazioni» rispetto al personale di Ubi e ai territori, e al rapporto di «collaborazione con gli imprenditori azionisti».

Determinante, ai fini del superamento della soglia del 66%, anche la partecipazione del fondo Silchester, tradizionalmente a fianco del management di Ubi, che secondo indiscrezioni avrebbe aderito già lunedì sera per il suo 8% circa. Ma un contributo di rilievo sarebbe arrivato, secondo fonti finanziarie, anche dallo stesso fondo Parvus, ritenuto vicino a Ubi, che avrebbe conferito una parte, circa il 2,5%, del suo 7-8% circa. Ora si attendono le ultime mosse: quelle dei fondi istituzionali, in particolare, che come di consueto attendono l’ultimo giorno per prendere parte a operazioni simili. Per il 5 agosto è fissata invece la data del pagamento del corrispettivo.

Se le adesioni finali non supereranno il 90%, da prospetto è previsto il mantenimento della quotazione delle azioni Ubi, «salvo il caso in cui la scarsità del flottante sia tale da non assicurare il regolare andamento delle negoziazioni delle azioni», e quindi con il successivo delisting. La fusione per incorporazione di Ubi sarà comunque attuata senza far sorgere il diritto di recesso e sulla base di un rapporto di cambio che non dovrebbe incorporare alcun premio per gli azionisti di minoranza.

Con il risultato di ieri nasce di fatto uno dei più grandi colossi bancari europei, un gruppo che si pone come obiettivo la generazione di un utile non inferiore a 5 miliardi di euro nel 2022. Intesa con Ubi consoliderà il proprio ruolo di prima banca italiana con quote di mercato di circa il 20%in tutti i principali settori di attività. Previste sinergie per il 2023 pari a 662 milioni, e a regime, a decorrere dal 2024, pari a 700 milioni l’anno. Sul fronte dei ricavi, nello specifico, le sinergie che Intesa si attende saranno conseguite integralmente a decorrere dal 2023 e sono stimate in 156 milioni annui, grazie a un previsto incremento della produttività per cliente e per sportello. Sono messi in conto anche 1,3 miliardi di costi di integrazione, che saranno spesati interamente nel 2020 e saranno coperti dal “tesoretto” rappresentato dal badwill di Ubi generato dall’operazione.

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