Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Intesa, nuovo piano nel 2018 Messina: «Per gli azionisti le cedole saranno elevate»

Il dossier Generali, a parte la quota del 3,4% ancora in pancia al Leone e un po’ di amaro in bocca espresso da qualche socio, è archiviato. Ma le polizze restano nel mirino di Intesa Sanpaolo, che insieme al wealth management ha già deciso di lasciarle al centro del nuovo piano d’impresa a 3 o 4 anni che sarà presentato a febbraio-marzo 2018 e che punta «sulla capacità della banca di garantire il pagamento di dividendi elevati», ha anticipato il ceo, Carlo Messina, ai soci. Ieri gli azionisti, al 99,7%, hanno approvato il bilancio 2016, con i suoi 3 miliardi di cedole. Per il 2017, invece, sono confermati i 3,4 miliardi, un risultato alla portata con la sola attività ordinaria, oltre la quale ci sarà la plusvalenza – circa 800 milioni – in arrivo con la cessione di All funds, un «cuscino di sicurezza» utile in caso di imprevisti. Siamo solo a fine aprile, ma i segnali sono tali – compresi i 12,5 miliardi di nuovi crediti erogati in tre mesi e i 50 a cui si punta sull’intero esercizio – da confermare i target, «che ci consentiranno di centrare il traguardo dei 10 miliardi in quattro anni», ha detto ieri Messina; rimarcando poi che un euro investito nel settembre 2013 oggi vale il doppio, tra dividendi e upside di Borsa: «Intesa è una banca che i soldi ai soci li restituisce, e non li chiede», ha detto il manager con un chiarissimo riferimento a UniCredit. Un sassolino, così come quello relativo a Mediobanca (battuta quanto agli utili, da Banca Imi) o alla vicenda good banks «gestita in maniera incredibile» e costata 4,5 miliardi al sistema delle banche sane, per la regola «francamente inaccettabile, in base alla quale chi va bene si trova a pagare per chi va male».
Ma già si guarda al futuro, cioè al prossimo piano. Che, giocoforza, non potrà essere inferiore a quello in dirittura quanto a ritorni – per lo meno promessi – per i soci, che oggi sono in gran parte istituzionali esteri e dunque si muovono per interesse e non per attaccamento. Come previsto, ieri si sono presentati in maggioranza all’assemblea (avevano il 61% del 59,5% del capitale presente), e un piccolo segnale l’hanno mandato quando c’è stato da votare su politiche di remunerazione e sistema di incentivi: i contrari hanno raggiunto il 3,7 e l’1,9%. Segnali, niente di più, che però confermano la necessità – peraltro espressa da più di un piccolo socio – di non sottovalutare una componente ormai determinante dentro all’azionariato, dove il nucleo stabile delle Fondazioni è al 23%, con Compagnia di San Paolo in lieve calo al 9,19% e Cariplo ferma al 4,83%.
«Il nostro successo si base sulla fiducia di clienti e azionisti – aveva puntualizzato il presidente, Gian Maria Gros-Pietro -, una fiducia che ripaghiamo con il dividend yeld ma anche con la tutela e il rispetto del loro investimento». «Un rispetto che è stato e sarà alla base della nostra disciplina finanziaria e che non verrà mai meno», ha detto ancora Gros-Pietro, in un monito che vale per il mercato quanto per la squadra dei manager che già in queste settimane sta lavorando al nuovo piano.
A capo c’è Messina, insieme a lui i manager che dalla settimana scorsa fanno ufficialmente parte del comitato di direzione. Un organo già previsto dallo statuto e voluto dalla Vigilanza della Bce, e che assegna al ceo un ruolo fondamentale (vista la presidenza di diritto della plenaria e delle sessioni tematiche), insieme al chief governance officer, Paolo Grandi, vicario di Messina in diversi ruoli interni al comitato, o al cfo Stefano Del Punta, che è invece il manager designato a subentrare al ceo in caso di imprevisti. Ma tutta la prima linea, dal capo della Banca dei Territori Stefano Barrese fino al responsabile della divisione Insurance Nicola Fioravanti e a quelli delle altre business unit, è valorizzata e già al lavoro sul nuovo piano. Si parte, si diceva, da una banca che ha trovato nel wealth management la via, come testimonia il 43% dei ricavi generati da commissioni: «È il nostro punto di maggior forza, perché ci assicura stabilità dei ricavi e quindi resilienza», ha rimarcato ieri Messina. «L’unico modello sostenibile per una banca oggi è quello che prevede l’innesto delle commissioni su una rete retail», non a caso, «le fabbriche prodotto sono ciò su cui Intesa continuerà a investire». Poi ci sarà il governo dei costi e la gestione interna degli Npl, per 15 miliardi entro il 2019, con la capital light bank che ormai «si muove come un fondo di private equity» e in futuro potrebbe essere societarizzata, onde offrirsi come piattaforma sul mercato.
E proprio a proposito di Npl, ieri non si poteva tacere di Alitalia. Formalmente, a quanto risulta, l’esposizione verso la compagnia è contabilizzata come unlikely to pay, ma ciò non toglie che sia una nota dolentissima: ai soci che chiedevano ieri il vertice ha spiegato che dal 2008 la banca ha investito 380 milioni nel capitale, ormai dati per persi e completamente svalutati, a cui si aggiungono un’esposizione creditizia pari a 185 milioni coperta per 100 e derivati sul carburante che al momento presentano un fair value negativo per 74 milioni.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Non deve essere stato facile occupare la poltrona più alta della Bce nell’anno della peggiore pes...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Prelios Innovations e Ibl Banca (società attiva nel settore dei finanziamenti tramite cessione del ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La pandemia ha spinto le famiglie italiane a risparmiare di più. E questo perchè il lockdown e le ...

Oggi sulla stampa