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Intesa, ecco il piano anti Covid: pronte coperture per 1,5 miliardi

L’impatto del Covid-19 inevitabilmente c’è e si farà sentire sempre più nei prossimi trimestri, con default a catena e perdite su crediti per tutte le banche. E proprio perché le intemperie in arrivo saranno dure, Intesa tira fuori l’ombrello delle coperture extra garantite dai proventi della cessione di fine 2019 al gruppo Nexi delle attività legate ai Pos. Di conseguenza si riduce di oltre un miliardo (da 4,18 a 3 miliardi) l’utile atteso sul 2020.

Pur in un contesto difficile Intesa Sanpaolo si distingue per la sua capacità di generare profitti grazie a un modello di business che si conferma resiliente e diversificato. I numeri del primo trimestre (apprezzati in Borsa: il titolo ha chiuso a +5,45%) lo dimostrano. Il gruppo guidato da Carlo Messina ha realizzato un utile a 1,15 miliardi, un dato che va ben oltre le attese degli analisti (751 milioni) e che si rivela superiore del 9,6% rispetto agli 1,05 miliardi del primo trimestre 2019. L’incremento del risultato netto è legato in particolare alla performance della gestione finanziaria, sul fronte del capital markets ma anche del trading e tesoreria, un settore che mostra numeri doppi rispetto a un anno prima. L’utile consolidato sarebbe anche superiore (1,36 miliardi, il miglior primo trimestre di sempre) se la banca non avesse accantonato circa 300 milioni in vista delle perdite su crediti che la pandemia è destinata a generare. I risultati del primo trimestre 2020 «rafforzano la capacità di Intesa Sanpaolo di affrontare efficacemente la complessità del contesto conseguente all’epidemia da Covid-19», spiega il ceo Carlo Messina in una nota.

Il Coronavirus, d’altra parte, costringe tutti gli istituti a mettere fieno in cascina. E in questo senso Intesa gioca il “jolly”, come lo definisce lo stesso Messina, dei proventi dell’operazione Nexi, che hanno generato una plusvalenza di 900 milioni: così facendo la banca si mostra in grado di poter liberare un buffer di circa 1,5 miliardi lordi di extra-accantonamenti che torneranno indispensabili per proteggersi dai possibili impatti dell’epidemia nel 2020. Si capirà meglio nei prossimi trimestri quale sarà il prezzo reale da pagare sui crediti e sui relativi accantonamenti da fare. Se però le attese sul costo del credito saranno confermate (90 punti base sul 2020, 70 sul 2021, nelle stime della banca), per il gruppo c’è spazio per 3 miliardi di utili netti quest’anno («una previsione conservativa», dice Messina) e di 3,5 miliardi l’anno successivo.

Di certo il tema della redditività, e della remunerazione agli azionisti, si intreccia con l’operazione al centro delle attenzioni del mercato, ovvero l’Offerta su Ubi. Se la road map temporale non cambia (con la previsione di chiudere entro agosto), a essere riviste al ribasso sono le stime sugli utili del futuro maxi-gruppo: l’utile post fusione sarà «non inferiore ai 5 miliardi nel 2022», contro previsioni iniziali «oltre i 6 miliardi», mentre il payout è visto al 75% sul 2020 e al 70% sul 2021.

Mentre annuncia altri 125 milioni provenienti dal Fund for Impact per la riduzione del disagio socio economico causato da Covid-19, Messina ribadisce la valenza «strategica» della fusione anche per gli azionisti di Ubi. I soci dell’ex popolare che aderiranno all’offerta, promette il manager, «potranno beneficiare del pagamento del dividendo di Intesa a valere sul risultato netto 2019»: pagamento oggi congelato dalla Bce in seguito allo scoppio della pandemia, ma che Messina si dice «assolutamente» convinto di voler proporre «alla fine dell’emergenza», una volta che la Vigilanza avrà dato il suo placet. Di certo il messaggio è chiaro: «Noi non cambieremo la nostra offerta. Non c’è nessuna possibilità di farlo». E anche con il 50% più una delle adesioni, “gran parte” delle sinergie sono realizzabili. Al contrario, non è previsto alcun premio per i rimanenti azionisti di minoranza di Ubi.

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