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Intesa, ok all’aumento per Ubi «Avanti anche con il 50%+1»

Via libera all’aumento di capitale per acquistare Ubi. L’assemblea di Intesa dice sì all’emissione di 1,94 miliardi di nuove azioni a servizio dell’Offerta pubblica di scambio tra le azioni Intesa e quelle dell’ex popolare, nella misura di 17 azioni del nuovo gruppo ogni 10 azioni Ubi. Un disco verde che è arrivato in maniera plebiscitaria, grazie al voto favorevole del 98,04% del capitale presente all’assemblea, pari al 52% del capitale complessivo.

Il risultato segnala la compattezza dell’azionariato di Ca’ de Sass – formato dalle fondazioni e dai fondi di investimento – nei confronti del ceo Carlo Messina. Ma anche il gradimento verso una mossa che, pur con una diluizione contenuta (attorno al 10%), punta a consolidare la forza del primo gruppo bancario italiano in Europa aumentandone la redditività. Secondo i piani presentati a febbraio, l’accoppiata Intesa-Ubi può creare utili consolidati superiori a 6 miliardi di euro dal 2022 grazie a 730 milioni di euro di sinergie ante imposte per anno.

Il messaggio, ribadito ieri da Messina, è che la situazione di crisi generata dall’emergenza sanitaria non solo non ha cambiato la convinzione della banca rispetto al deal, ma se possibile l’ha rafforzata. «Grazie al sostegno dei nostri azionisti proseguiamo con maggior convinzione nell’offerta di scambio promossa nei confronti di Ubi», dice il banchiere in una nota. Nel contesto generato dall’epidemia da Covid19, l’operazione acquisisce infatti «maggiore valenza strategica» e per Ubi «una prospettiva ancor più rilevante: elevata patrimonializzazione, robusta copertura dei crediti deteriorati, dimensione, diversificazione e capacità di investimento assumono ora ulteriore valore».

Non solo. Messina, come evidenziato già in passato, precisa che il deal «andrà avanti anche in presenza di adesioni al 50% più una azione del capitale» dell’ex popolare. E ricorda come il futuro gruppo è destinato a generare un «leader a livello continentale», che può creare «ulteriori benefici per tutti gli stakeholder e per i territori». A partire dai dividendi gli azionisti che Messina vuole remunerare «in maniera significativa e sostenibile». Il track record, del resto, è dalla sua parte: non a caso Messina evidenzia i 13,5 miliardi di dividendi distribuiti in 5 anni, «senza considerare i 3,4 miliardi di dividendi a valere sull’utile 2019», dividendi che peraltro proprio l’assemblea di ieri ha deciso di mettere a riserve, come indicato dalla Bce almeno fino al prossimo 1 ottobre.

In vista, per il banchiere, ci sono poi anche una maggiore capacità di erogazione dei crediti – la stima è di 10 miliardi di credito aggiuntivi ogni anno «senza alcuna revoca dei fidi concessi» – e la valorizzazione del personale Ubi, che «manterrà piena autonomia nell’erogazione del credito a livello locale», a cui si aggiungerà «l’assunzione di 2500 giovani, mentre le uscite saranno solo su base volontaria».

Ora dunque l’attenzione si sposta sugli esiti delle istruttorie delle diverse authority e sulle eventuali contromosse da parte del cda di Ubi, che deve ancora esprimersi formalmente sull’operazione. Di certo i grandi soci dell’ex popolare lombarda hanno evidenziato in più occasioni la loro contrarietà all’operazione, giudicata troppo poco generosa rispetto ai valori di Ubi. Si vedrà. A inizio giugno è prevista l’autorizzazione al deal della Bce, mentre per metà giugno è atteso l’ok al prospetto d’Offerta da parte di Consob. Il passaggio fondamentale sarà tuttavia tra fine giugno e fine luglio, quando si terrà l’Ops.

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