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Intesa-Mediobanca, il derby infinito

Mediobanca contro Intesa Sanpaolo. La battaglia a colpi d’Opa per il controllo di Rcs e del Corriere della Sera ripropone il più classico dei Derby nella galassia degli ex-poteri forti tricolori.
Lo spettacolo, però, non è più quello di una volta. I miliardi della globalizzazione e la turbo-finanza anglosassone hanno mandato in soffitta il capitalismo di relazione di casa nostra. Le stelle del miglio quadrato meneghino – un po’ come Inter e Milan – non brillano più come un tempo e l’epopea della sfida tra la finanza cattolica – leggi la banca guidata da Abramo Bazoli – e quella laica incarnata da Piazzetta Cuccia è ormai materia per gli storici. Risultato: i vecchi salotti buoni, impegnati a farsi la guerra tra di loro (spesso con i soldi degli altri), hanno perso un po’ alla volta i loro pezzi migliori. Telecom è finita ai francesi, Pirelli ai cinesi, Italcementi ai tedeschi, la Montedison non c’è più, l’impero Ligresti è stato salvato in zona Cesarini da Unipol. E la battaglia per Rcs – specie per chi ricorda l’era in cui si incrociavano le armi su Comit e Ambroveneto o sul futuro di tlc e chimica nazionali – assomiglia molto all’Amarcord di un mondo che non c’è più.
Un derby però è sempre un derby anche quando i protagonisti navigano a mezza classifica e non giocano da un po’ in Champions League. A lanciare il guanto di sfida rompendo il fronte dei soci storici di Rcs è stata Intesa Sapaolo, affiancando Urbano Cairo nell’Opa che ha sparigliato i delicati equilibri nell’azionariato Rcs. Mediobanca – più per questioni d’orgoglio che di soldi – non poteva non reagire. E’ vero che l’ad Alberto Nagel ha promesso in tutte le salse al mercato di cedere tutte le partecipazioni storiche salvo Generali. Ma vedersi sfilare uno degli ex gioielli di famiglia dall’eterno rivale è troppo.
I due nemici di sempre si ritrovano così uno contro l’altro contendendosi un diritto un po’ paradossale: quello di rimettere insieme i cocci di un giocattolo che entrambe – come soci e finanziatori – hanno contribuito a incrinare. In una sfida esplosiva dal punto di vista mediatico ma che vale appena 282 milioni di euro (l’ammontare in contanti dell’Opa), briciole rispetto alle guerre miliardarie degli anni d’oro.
Lo spettacolo non è quello di una volta: la globalizzazione ha mandato in soffitta il capitalismo di relazione
L’identikit delle forze in campo – a conferma dell’autoreferenzialità di questo pezzo di finanza italiana – ha il sapore un po’ amaro del déjà vu. Le uniche new entry sono Andrea Bonomi e Urbano Cairo. Tutti gli altri sanno per esperienza, in qualità di azionisti, come è facile scottarsi le dita in Via Solferino.
Rcs, come tutte le realtà del settore, sconta la pesante crisi della carta stampata. Ma ad allargare debiti e perdite -1,33 miliardi negli ultimi cinque anni hanno contribuito le acquisizioni in Spagna sponsorizzate da Ca’ de Sass e da Piazzetta Cuccia e la girandola di manager che si sono alternati al capezzale del paziente. Un tourbillon di amministratori delegati (quattro dal 2006) usciti spesso di scena con buonuscite d’oro senza riuscire a rimettere in salute l’azienda, malgrado la vendita a prezzi di saldo di sede storica, libri e Flammarion.
Diego Della Valle, chiamato a difendere Rizzoli all’era dei furbetti del quartierino e riconvocato ora in chiave anti-Cairo, ha perso ad oggi circa 140 dei 180 milioni che ha investito. Mediobanca, che pur ha limato la sua partecipazione al 6%, valutava 191 milioni nel 2011 il 14% che aveva in portafoglio allora. Cifra con cui oggi potrebbe comprarsi il 52% della società.
Lo stesso discorso vale per Intesa Sanpaolo il cui presidente onorario Bazoli è stato il regista di molte delle scelte aziendali ed editoriali di Rcs negli ultimi anni: il 4,8% in tasca della banca valeva 73 milioni nel bilancio 2004 contro i 17 attuali.
Un po’ meglio è andata, ma solo grazie al vecchio trucco delle scatole cinesi, a Marco Tronchetti Provera. Che ora è riuscito nel miracolo di convincere i nuovi soci di controllo cinesi di Pirelli a puntare altri soldi sul Corriere malgrado la Bicocca abbia perso su Rizzoli decine di milioni. Il capitalismo di relazione è costato carissimo a tutti, Rcs in primis. E rischia di avvelenare pure i pozzi di quest’ultima sfida Intesa- Mediobanca: i due protagnisti del Derby sono sulla stessa barricata come soci e creditori ma su fronti opposti nelle due Opa. L’ultima ragnatela di conflitti d’interessi in cui rischia di rimanere impigliata via Solferino.

Ettore Livini

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