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Intesa, maxi-utili e più credito

«Il forte aumento dei risultati trimestrali di Intesa Sanpaolo è la testimonianza che l’Italia è fuori dalla lunga recessione e che il Paese è avviato sul cammino della ripresa. Ma i conti certificano anche che la nostra banca è stata ed è tuttora un grande “acceleratore” della ripresa economica: nel primo trimestre dell’anno abbiamo erogato 8 miliardi di prestiti a medio e lungo termine alle imprese, vale a dire quelli che servono agli investimenti e non a finanziare il circolante, e l’obiettivo di 37 miliardi per l’intero 2015 può essere superato». Al vertice di quella che chiama una «macchina da risultati», l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina è soddisfatto per l’elevata profittabilità della banca ma ancor di più perchè i risultati arrivano dal turnaround del sistema-Paese che, oltre a beneficiare della favorevole congiuntura esterna (dal Qe della Bce al taglio dei prezzi del petrolio), trarrà anche grandi benefici da Expo 2015 che ha proprio in Intesa Sanpaolo il main sponsor finanziario. «In avvio di lavori, senza il ruolo di sostegno finanziario di Intesa forse oggi Expo non ci sarebbe. Ma per noi quello che è più importante è che Expo abbia successo come vetrina per le imprese: noi porteremo 400 aziende che vogliono crescere sui mercati internazionali».

Con un utile netto di 1,064 miliardi nel trimestre tornate a livelli reddituali che non si vedevano dal 2009. È il segnale definitivo che la lunga crisi è finita?

L’Italia è fuori dalla recessione, il Paese è ormai uscito dai lunghi anni di crisi che hanno determinato un crollo del Pil del 10%. Da alcuni mesi i segnali di inversione di tendenza e di avvio di ripresa sono fortissimi. E lo vediamo nei conti trimestrali di Intesa: si riducono i flussi dei nuovi crediti deteriorati, aumentano i ricavi. E il rapporto tra costi e ricavi scende al 44%, su livelli record in Europa e meglio di colossi diversificati come Santander e Bbva. Il 2015 è e deve essere l’anno della svolta per il Paese, bisogna che ognuno faccia bene la propria parte.
I primi segnali positivi si iniziano a vedere anche sul fronte del credito?
Sì, finalmente sì. Lo dimostra il calo dei flussi dei crediti deteriorati provenienti da prestiti in bonis, che registrano il valore più basso dal primo trimestre del 2011. E, come detto, dalla crescita degli impieghi a medio lungo termine. O dalla forte crescita dei mutui immobiliari alle famiglie. Tuttavia il dato più significativo è l’accelerazione che come banca abbiamo potuto dare alla ripresa, intervenendo sulle aziende che si trovavano in difficoltà temporanee ma con possibilità di rilancio. Vista dal lato del credito, ci siamo dedicati ai cosiddetti «incagli». E da inizio 2014 abbiamo riportato «in bonis» i conti di 12.500 imprese, di cui 3.500 nel corso del primo trimestre del 2015. Un’operazione che è stata possibile grazie all’intervento professionale e mirato di centinaia di colleghi di Intesa Sanpaolo sul territorio.
Quanto può incidere sul tema del credito alle imprese l’intervento del Governo che, in modo più o meno esteso, va sotto il nome di bad bank?
Credo che la bad bank, intesa come veicolo che acquista crediti con garanzie statali, arrivi ormai fuori tempo massimo. Andava fatta 3-4 anni fa, non oggi. Considero invece di enorme rilievo potenziale per il sistema economico il doppio intervento sui crediti in sofferenza che il Governo, dalle indicazioni ufficiali che emergono, sta preparando per uniformare il sistema italiano a quello europeo. Mi riferisco alla revisione dei tempi di recupero dei crediti in sofferenza e alla deducibilità fiscale delle perdite su crediti in un anno invece che in cinque anni.
A proposito di regole sul credito, a livello di Unione Europea qualcuno ipotizza che le Deferred tax assets (Dta), ovvero le attività derivanti da imposte anticipate, possano essere considerate aiuto di stato. Il tema vi preoccupa?
Anche su questo punto vorrei essere molto chiaro: quelle italiane non sono Deferred tax assets ma Deferred tax credits. Si tratta di crediti maturati dalle banche a fronte di imposte pagate anticipatamente in qualità di contribuente, e quindi non legati a una profittabilità futura. Per questo non può essere contestata la loro validità ai fini del capitale di vigilanza, e sono convinto che ciò non avverrà. Il tema non esiste e non andrebbe neanche posto. Un intervento sulle Dtc andrebbe sì fatto, ma nella direzione di un’armonizzazione delle tempistiche relative alla deducibilità delle perdite rispetto al resto d’Europa, per creare quel levelled playing field tanto atteso. Ma per fare questo, l’Italia deve avere più peso nelle sedi internazionali.
Ancora in tema crediti, alcune banche stanno pianificando la cessione di sofferenze. Il tema vi riguarda? E più in generale a che punto è il piano di dismissione delle partecipazioni?
Noi abbiamo attivato la struttura della Capital Light Bank e questa sta recuperando valore sui crediti in sofferenza in maniera significativa. Aspettiamo prima di vedere se il Governo attuerà l’atteso piano fiscale sui crediti. In ogni caso, con l’economia che riparte, crediamo che sia conveniente aspettare anche perchè, con il boom dei mutui immobiliari, è prevedibile una rivalutazione del collaterale. E quindi condizioni migliori nei prossimi mesi. Da inizio 2014 abbiamo ridotto gli attivi di 4,7 miliardi. E confermo che entro il 2017 venderemo tutte le partecipazioni che figurano nella lista delle cessioni.
La trasformazione in società per azioni delle maggiori banche popolari crea un nuovo contesto di aggregazioni che vi potrebbe vedere protagonisti?
No, anche nel nuovo contesto ribadisco che non siamo interessati ad aggregazioni in Italia. Nè con le Popolari, nè con Monte Paschi.
Anche nel primo trimestre del 2015, Intesa Sanpaolo ha realizzato una forte crescita delle commissioni, anche grazie al boom del risparmio gestito. A che punto è il riassetto della «Grande Fideuram»? Si avvicina il momento dell’Ipo?
Il wealth management si conferma uno dei settori di eccellenza del gruppo. E crediamo che abbia grandi potenzialità di crescita. L’integrazione tra private banking e Banca Fideuram procede a in modo eccellente, ma ribadisco che la prospettiva dell’Ipo in Borsa si farà solo in ipotesi di crescita esogena. Ovvero in caso di un’aggregazione che mantenga comunque il controllo in mano a Intesa Sanpaolo.
La crescita per linee esterne nel wealth management è possibile solo all’estero o anche in Italia?
In Italia non la considero come l’ipotesi più probabile, perchè è difficile creare valore aggiuntivo in modo significativo. Il che non significa che non vogliamo crescere nel risparmio gestito e del private banking nel nostro Paese.

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