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Intesa, l’utile balza a 503 milioni

Dopo la tabula rasa decisa nell’ultimo trimestre 2013, torna all’utile Intesa Sanpaolo. Lo fa nel giorno più nero dall’inizio dell’anno, con il Pil rivisto al ribasso e Piazza affari che perde il 3,7%, ma la trimestrale approvata ieri dalla banca è la migliore degli ultimi due anni e per questo il ceo Carlo Messina resta fiducioso: «Forse c’erano aspettative eccessive sulla tempistica, ma stiamo uscendo dalla crisi. La ripresa si rafforzerà nella seconda parte dell’anno», ha detto il manager presentando i conti della banca agli analisti.
Parole, le sue, pronunciate ieri nel primo pomeriggio. Mentre il titolo di Intesa, dopo aver tentato un’inversione di rotta dal -4% della mattinata proprio sull’onda della trimestrale migliore delle attese, precipitava insieme a buona parte di Piazza Affari e allo spread, per chiudere la seduta a -6,22%, toccando i 2,20 euro. «Non siamo sorpresi del dato sul Prodotto interno lordo, abbiamo nel nostro piano ipotesi molto conservative e per il 2014 prevediamo una crescita media pari a +0,5%», ricorda Messina; specificando che «quando parlo di ripresa mi riferisco a variazioni trimestrali del Pil intorno a +0,2%», e che il 2014 resterà «un anno di transizione». Niente panico, dunque. Anche perché i conti presentati ieri dicono che pur a fronte di un contesto economico stentato, la banca sta marciando nella direzione indicata dal piano. Compreso ciò che più interessa al mercato, cioè la redditività: «Non vedo alcun tipo di problema per pagare dividendi per le azioni ordinarie», ha scandito ieri Messina.
Per il 2014 il piano presentato a fine marzo prevede un miliardo di cedole. Nel trimestre, si è provveduto agli accantonamenti necessari (250 milioni, la metà dell’utile) e ciononostante il common equity ratio pro forma del gruppo già tenendo conto dei criteri di Basilea 3 a regime è approdato al 12,6%, dal 12,3% di fine 2013. Morale: non c’è motivo per mettere in discussione la cedola, ha risposto ieri Messina tranchant a chi ieri gli faceva notare che in molti Paesi europei le autorità sembrano orientate a non permettere alle banche di destinare a dividendo una quota dell’utile consistente come quella prevista nel piano di Intesa. Un’osservazione «che ci mette a confronto con qualcosa di completamente diverso», ha rivendicato Messina, perché di fatto paragona «una banca che ha il 12,6% di common equity con chi ha valori compresi tra il 9% e il 9,5%».
Come accennato, è dal 2011 che in Intesa Sanpaolo non si vedeva mezzo miliardo di utile in un trimestre. «Una base di partenza positiva per l’intero anno di avvio del piano 2014-2017», l’ha definita il consigliere delegato, e in effetti i risultati hanno sorpreso anche gli analisti. La comunità finanziaria si attendeva un utile netto di poco superiore ai 300 milioni, invece nell’ultima riga del bilancio se n’è trovati 504.
«Passi nella direzione giusta», li ha definiti Nomura, mentre gli analisti di Ubs si sono soffermati sul mix dei ricavi, «migliore del previsto». In particolare, spicca – dopo sei trimestri consecutivi di contrazione – l’inversione di tendenza del margine d’interesse, migliorato del 4,1% a 2,1 miliardi; segno che il funding gap si sta riducendo, e che il gruppo è tornato a fare utili dalla sua attività caratteristica. Analogamente a quanto mostrato da UniCredit nella trimestrale approvata lunedì, anche da Intesa arrivano segnali di distensione sul fronte dei crediti deteriorati, tuttavia ancora in aumento dello 0,6% rispetto al 31 dicembre; scendono del 58%, invece, i flussi netti dei crediti deteriorati da quelli in bonis, e scendono le rettifiche sui crediti: nel trimestre ne sono state predisposte per 1,077 miliardi, praticamente un terzo della maxi manovra varata nell’ultimo quarto del 2013 (3,098 miliardi) e su livelli leggermente inferiori agli 1,158 miliardi del primo trimestre dello scorso anno. In ogni caso le coperture salgono al 46,7% sul totale dei crediti deteriorati e al 62,9% sulle sofferenze. In più, la banca continua a disporre di una riserva di capitale pari a 9 miliardi, e di un «cuscinetto» di 12 miliardi rispetto all’8% che sarà considerato requisito minimo in occasione degli esami della Bce.

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