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Intesa, la class action raccoglie 102 adesioni

Sulla carta l’elenco dei potenziali interessati comprendeva circa 400mila nomi e cognomi, all’atto pratico sono stati appena 102 i risparmiatori che hanno aderito alla prima class action italiana ad arrivare di fronte ai giudici di merito, promossa da Altroconsumo insieme a tre privati di fronte al Tribunale di Torino contro Intesa Sanpaolo per le commissioni di scoperto conto applicate ai conti senza fido a partire dal 2009.
La finestra per le adesioni si è chiusa il 21 gennaio scorso, dopo quattro mesi di tempo. In ballo, ci sono clienti della banca che hanno denunciato un danno compreso tra i 100 e i 1.200 euro a testa; piccole cifre, dunque, ma potenzialmente un grande significato per la prima azione collettiva tentata in Italia contro una banca. «Indubbiamente ci aspettavamo di più – dice il presidente di Altroconsumo, Paolo Martinello – ma non ci stupiamo, perché in fondo sono in gioco importi molto contenuti e probabilmente l’oggetto del contendere, vale a dire le commissioni bancarie, non ha quell’appeal necessario a innescare l’interesse verso questo genere di iniziative».
Non a caso, ricorda Martinello, nelle altre class action avviate dall’associazione – contro la Rai per violazione del servizio pubblico e per le maxi tariffe applicate ai traghetti diretti da Genova ai porti della Sardegna – finora si è registrato un interesse decisamente superiore tra i potenziali aderenti. «In ogni caso, questa esperienza era un test e, come tale, andrà avanti fino alla fine», ragiona Martinello, che tuttavia inizia a trarre alcune conclusioni sull’esperienza in corso: dalla mole di lavoro che richiede («Decisamente elevata», fa notare) fino ai costi di gestione, che – dalle iniziative di pubblicità necessaria alle semplici attività di istruzione della pratica – in questo caso potrebbero avvicinarsi molto agli eventuali rimborsi.
«Indubbiamente, paghiamo il prezzo di una disciplina che andrebbe riformata alla radice», osserva il professor Marino Bin, legale di Altroconsumo: «In Italia la class action funziona in base a un principio di rigoroso opt in, che prima impone l’adesione formale a tutti gli interessati, ma poi di fatto li relega a un ruolo di meri spettatori fino alla sentenza»; un assetto, sottolinea Bin, che pone anzitutto a carico di chi si fa promotore dell’azione pesanti (e costosi) sforzi per pubblicizzarla.
Ora, superato in grado di appello il giudizio ammissibilità, si aspetta quello di merito: la prima udienza del procedimento si terrà a marzo.

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