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Intesa guarda all’Ipo del private

Nel private banking «se dovessimo fare delle operazioni di acquisizione potremmo usare la quotazione come un’ipotesi di consolidamento». A dirlo è Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, che, a margine World Economic Forum di Davos, ha prospettato l’Ipo di uno dei rami chiave di Ca’ de Sass come possibile motore di crescita. Il ceo non ha mai nascosto la strategicità dell’area private, tanto che nei mesi scorsi ha parlato apertamente di possibile shopping nel settore con due target precisi: Gran Bretagna e Svizzera. Ecco dunque che la quotazione potrebbe rivelarsi una moneta di scambio appetibile in caso di operazioni di spessore. D’altra parte,nell’intervista rilasciata al Financial Times il novembre scorso Messina chiariva che l’istituto è «per definizione un potenziale soggetto aggregatore». Nell’eventualità, però, all’appuntamento la banca dovrà certamente presentarsi con le carte in regola. Ciò, evidentemente, potrebbe imporre un ripensamento dell’attuale struttura della divisione private. In che direzione? Merita venga ricordato che la frase pronunciata ieri da Messina ha certamente dell’ipotetico e un orizzonte temporale di medio lungo periodo. Allo stato, dunque, non risulta che vi siano piani specifici allo studio. Tuttavia, giusto qualche mese fa, Intesa Sanpaolo ha impresso il primo cambio di passo al comparto riorganizzando il settore che, a fine 2013, stando ai dati di piano, contava 5.700 private banker e 164 miliardi di euro di masse gestite. In particolare, è stato stabilito che la responsabilità della divisione è stata affidata a Matteo Colafrancesco fino al primo luglio 2015, poi gli succederà Paolo Molesini. All’epoca veniva precisato che al responsabile private banking veniva di fatto chiesto di «servire il segmento di clientela di fascia alta» e di sovraintendere «la gestione di Banca Fideuram, Fideuram Investimenti, Intesa Sanpaolo Private Banking, Sirefid, Fideuram Fiduciaria e Intesa Sanpaolo Private Banking Suisse, assicurandone il coordinamento complessivo». Un perimetro vasto e particolarmente eterogeneo difficile, dunque, da integrare sotto un’unica insegna. Ecco perché, forse, una soluzione, ancora tutta da verificare, potrebbe essere quella di costruire un nuovo veicolo, una sorta di holding, al quale conferire tutte le attività nel private banking sotto marchi indipendenti. E magari utilizzare proprio quella newco per allargare la rete anche all’estero. D’altra parte, lo stesso Messina non sembra disdegnare l’ipotesi di continuare a operare nel comparto con brand diversi. Tempo fa, per esempio, quando era stato ipotizzato un interesse di Intesa Sanpaolo per Cottus, il ceo aveva commentato: «Il problema è che Rbs non vuole vendere il marchio, ma le attività internazionali che sono per noi meno interessanti». Insomma il manager puntava ad approcciare i grandi clienti stranieri sotto l’insegna della «banca della Regina». L’obiettivo, d’altra parte, è creare una delle realtà più grandi del private banking in Europa. Già oggi Intesa Sanpaolo è un player importante ma intende scalare la classifica che oggi vede la banca al quarto posto tra gli operatori private del Vecchio Continente. Per farlo, si sa, ha messo su carta un piano specifico che punta a consolidare la presenza sia in Italia sia oltre confine.

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