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Intesa e Unicredit, la Borsa fa i conti

MILANO — Per la Borsa non è una suggestione. Il rischio che le elezioni politiche possano prestare il fianco a un attacco dall’estero — motivo che ha indotto Giovanni Bazoli a proporre il rinnovo anticipato dei vertici di Intesa Sanpaolo — comincia ad assumere una qualche concretezza nei ragionamenti degli operatori. I quali ieri, giorno festivo e quindi a scambi ridotti, hanno iniziato a fare i calcoli sulle possibili mosse difensive. E l’ipotesi di una blindatura dei due big del credito, Intesa Sanpaolo e Unicredit, attraverso una fusione non ha lasciato Piazza Affari indifferente. I titoli di Piazza Cordusio hanno chiuso la seduta in rialzo di oltre il 3% e quelli di Intesa del 2,7%.
In caso di attacco rischierebbero di essere entrambe prede. Forse Unicredit di più avendo una capitalizzazione di 20 miliardi di euro e un azionariato molto frammentato in cui il blocco delle Fondazioni, fondamentale negli equilibri di Piazza Cordusio, pesa per il 13% circa (a cui va aggiunto un altro 3,5% in mani italiane) contro il 26% dei soci stranieri. Tra i quali c’è il fondo Pamplona con un 5% su cui ha un’opzione la Deutsche Bank, che in Italia ha un radar sempre acceso. Di fronte a un’offerta cash allettante difficilmente i soci internazionali direbbero di no. E gli italiani non avrebbero i numeri per respingerla. Anche Intesa capitalizza in Borsa circa 20 miliardi di euro, ma qui le Fondazioni pesano per 25% a cui va aggiunto il 4,5% in mano alle Generali. Una scalata a Ca’ de Sass avrebbe quindi qualche problema a passare.
Secondo i primi calcoli degli analisti, agli attuali valori di Borsa una fusione tra le due banche assicurerebbe in mani italiane circa il 25% dell’azionariato della nuova entità. Che avrebbe una capitalizzazione meno favorevole a una scalata. Ai ragionamenti in corso non sono ovviamente estranei i riflessi che un attacco dall’estero avrebbe su Mediobanca e Generali, il cui assetto di controllo ha uno snodo fondamentale in Unicredit.
Certo, combinare Intesa e Unicredit non è semplice, non solo dal punto di vista tecnico. È chiaro che in un simile scenario la Banca d’Italia avrebbe un ruolo chiave. Per esempio nella risistemazione delle attività italiane, che non potrebbero in alcun modo restare così come sono. Insieme Intesa e Unicredit controllerebbero 10.000 sportelli. Una delle ipotesi su cui si stanno esercitando gli analisti, e non solo loro, vedrebbe Unicredit cedere le sue filiali con uno spezzatino, che potrebbe aiutare il rafforzamento di alcuni istituti. Vista in chiave antiscalata, la separazione delle attività italiane da quelle delle holding, di cui ha parlato a metà ottobre il presidente Giuseppe Vita, potrebbe essere un primo passo.

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