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Intesa, il disegno sul Nord-Est nel cantiere del nuovo piano

Ieri, com’era già accaduto lunedì, la maledizione delle venete ha risparmiato Intesa Sanpaolo a Piazza affari : nonostante i rumor non smentiti di un interessamento del gruppo a rilevare le due banche, il titolo non è tracollato e anche ieri se l’è cavata con un -0,39%. Segno che il mercato, a differenza che in passato, questa volta non si è spaventato dell’ipotesi di un’operazione fino a ieri lontana dai radar di Ca’ de Sass ma che oggi potrebbe ricevere il via libera, vista la scadenza posta da Rothschild; anche perché le condizioni a cui potrebbe intervenire il gruppo sono note: l’acquisizione deve avvenire a un prezzo simbolico e non aver alcun impatto nè sul capitale nè sulla politica di distribuzione dei dividendi, diversamente non ci sarà alcun deal.
Ieri un report di Mediobanca ha formulato diversi scenari, prevedendo a carico di Intesa un aumento da due miliardi e mezzo o una riduzione del 90% ai 3,4 miliardi di dividendi promessi sul 2017 per fare fronte all’acquisizione. Ipotesi che però il ceo Carlo Messina non intende prendere in considerazione, come avrebbe confermato ai consiglieri e ai manager convocati ieri mattina in banca per l’induction meeting già da tempo convocato per fare il punto sul nuovo piano d’impresa, il documento strategico che accompagnerà la banca dal 2018 al 2021, che fino a ieri si sapeva avrebbe dovuto basarsi sullo sviluppo – a parità di rete – di wealth management, business assicurativo, cross selling su Itb. L’ingresso di una delle due venete, o più probabilmente di entrambe, rimescolerebbe non poco le carte: sul tavolo la possibilità di diventare leader di mercato in una delle aree più competitive del Paese (dove attualmente è terza) in cambio di tutte le incertezze che può portare con sé l’ingresso nel perimetro di due istituti comunque reduci da anni pesantissimi, e che quindi – pur ripuliti – potrebbero presentare un rischio-degrado degli asset superiore alla media. Così si spiega perché l’acquisizione -anche se al prezzo simbolico di un euro – rischia di essere rischiosa, ma soprattutto ecco perché Intesa pretende chiarezza assoluta sulle condizioni a cui potrebbe avvenire la cessione: zero Npl e ricapitalizzazione degli asset in via di trasferimento in modo da non annacquare il patrimonio di vigilanza della banca (oggi il Common equity è al 12,9%), ma anche la necessaria copertura pubblica delle eccedenze di personale, attraverso il rifinanziamento del fondo esuberi: in ballo ci sarebbero almeno 6mila lavoratori di Veneto e Vicenza, a cui in futuro se ne potrebbe magari aggiungere una quota facente capo a Intesa Sanpaolo, inevitabilmente destinata a razionalizzare la propria presenza in alcune aree. Questione determinante, quella degli esuberi, ma anche assai delicata perché tocca il tema degli aiuti di Stato e dunque interpella l’Antitrust europeo, non certo un interlocutore facile. Non a caso, secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore, anche su questo punto la trattativa non sarebbe ancora conclusa, ragione per cui ieri dalla banca filtrava un clima meno positivo rispetto a lunedì.
Certo la situazione dovrà chiarirsi in fretta. Ieri la convocazione era informale e non si è deliberato su nulla, ma i consiglieri sono in allerta fino alla fine della settimana per una convocazione volante qualora si materializzassero le condizioni di cui sopra. Probabile? No. Possibile? Sì.

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