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Intesa, c’è l’offerta per le banche venete

Sul tavolo c’è solo un euro, più una lunga e articolata lista di condizioni necessarie a salvaguardare capitale presente e dividendi futuri. Ma da ieri pomeriggio l’offerta, anzi la «disponibilità», di Intesa Sanpaolo per le due ex popolari venete è formalizzata, e con essa la possibilità – che per ora resta comunque teorica – di chiudere una partita che da anni incombe come un macigno sul sistema bancario italiano. Non a caso ieri la Borsa ha salutato con estremo favore il passo avanti di Carlo Messina, premiando tutti i bancari e pure Intesa (+2,45%), in passato inesorabilmente castigata ogni volta che si ipotizzava un intervento di salvataggio.
A fare la differenza, questa volta, sono le condizioni. Elencate una per una nella delibera presa ieri all’unanimità dal cda straordinario di Ca’ de Sass e poste come inderogabili nell’offerta consegnata ieri a Rothschild, advisor del Tesoro: la completa ripulitura dei crediti deteriorati attuali ma anche di quelli in bonis «ad alto rischio» (per cui si profilerà una due diligence non facile), l’alleggerimento delle obbligazioni subordinate emesse e delle partecipazioni «non funzionali», la sterilizzazione delle cause legali. In pratica, in uno schema che per molti aspetti ricalca quello di Ubi per le Etruria & Co., Intesa si candida a rilevare tutto ciò che c’è ancora di buono, compresi i crediti fiscali, nelle due banche venete previamente ricapitalizzate dallo Stato, tutto il resto finirà nella bad bank pubblica insieme a una manciata di partecpazioni (Bim, le quote in Arca e Cattolica, le banche estere) destinata, negli auspici del Governo, ad alleviare il conto per lo Stato.
Non solo: «L’operazione è subordinata all’incondizionato placet di ogni Autorità competente», puntualizza la banca in una nota, lasciando così intendere che il disegno rimarrà in sospeso finché i (numerosi) interlocutori non si saranno espressi. Un passaggio che non può considerarsi scontato vista l’imperscrutabilità di Bce e Commissione europea toccata con mano negli ultimi mesi. Ma anche in Italia non sarà una passeggiata: «In particolare Intesa Sanpaolo considera necessaria per la conclusione e l’efficacia dell’operazione una cornice legislativa, approvata e definitiva», si legge ancora nella nota d ieri; e qui il riferimento è al probabile decreto che oggi dovrebbe varare il Consiglio dei ministri ma che andrà convertito in legge: dal Tesoro avrebbero garantito tempi brevi, ma il tema sensibile, il periodo di fine legislatura e la commissione d’inchiesta sulle banche varata proprio ieri lasciano intendere che ci sarà da discutere.
Anche perché tra le condizioni poste da Intesa c’è anche «la copertura degli oneri di integrazione e razionalizzazione connessi all’acquisizione»: in palio c’è un pacchetto di misure che comprenderebbe anche il rifinanziamento del fondo esuberi a carico dello Stato, in modo da consentire al neo gruppo – secondo quanto risulta a Il Sole – di accompagnare alla pensione circa 5mila persone, in parte provenienti dalle due ex popolari e in parte dalla stessa Intesa, che dovrà razionalizzare la propria rete in alcune aree del Paese. Dunque ci vorrà del tempo: è probabile che il closing, sempre che arrivi, si collochi negli ultimi mesi dell’anno, giusto in tempo per il nuovo piano d’impresa del gruppo (ora da rivedere) atteso proprio per inizio 2018.
Nè Bnl-Bnp nè UniCredit, rimaste in data room insieme a Intesa, avrebbero formulato un’offerta. I francesi avrebbero ritenuto troppo elevati i margini d’incertezza, mentre da ambienti vicini a Piazza Gae Aulenti si fa notare che il gruppo ha partecipato in una logica di supporto e propositiva sia quando si è studiata una ipotetica soluzione di sistema sia quando si è trattato di popolare la data room, e ora in quest’ottica vede positivamente la possibilità di una soluzione complessiva, capace di togliere una pesante incognita che che gravava sul settore.
Tornando al mondo Intesa, l’operazione ha subito trovato l’appoggio delle grandi Fondazioni socie, con il presidente di Cariplo Giuseppe Guzzetti che pochi istanti dopo l’annuncio della banca ha espresso il suo apprezzamento: «Intesa non è la banca del Paese, ma è una banca responsabile, che ha già dimostrato in passato di farsi carico di alcuni problemi della collettività», ha commentato con Radiocor Plus. In particolare, Guzzetti ha evidenziato l’importanza dei paletti fissati su capitale e cedola: «Questi paletti Messina li ha messi anche quando stava esaminando Trieste (Generali, ndr), figuriamoci ora». Parole, le sue, a cui si sono aggiunte quelle di Francesco Profumo da Compagnia di San Paolo («Con le condizioni poste Intesa svolgerà un ruolo chiave nella soluzione di un serio problema di sistema per il Paese, tutelando nello stesso tempo gli interessi dei suoi azionisti») e dei sindacati: Lando Maria Sileoni della Fabi ha espresso un «forte apprezzamento e sostegno all’offerta».«Chiediamo al Governo di fare la sua parte» finanziando la bad bank, ha commentato Massimo Masi della Uilca, mentre la First Cisl è fiduciosa che Intesa affronterà «in maniera sostenibile anche la questione delle eccedenze di personale».

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