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Intesa Ca’ de Sass? Eppure il 50 per cento parla straniero

Non resteranno a lungo silenti a staccare cedole, per quanto queste siano e restino la ragione del loro investimento. E come già avvenuto in altri gruppi italiani, da Telecom e Unicredit, Intesa Sanpaolo si prepara a dare voce agli azionisti istituzionali esteri. Che nel capitale della superbanca sono ormai da tempo largamente maggioritari. 
Oltre la metà
Al libro soci aggiornato alla data dell’ultimo stacco di dividendi gli internazionali hanno di poco varcato la quota del 56% dell’azionariato per il resto composto dai fondi italiani (il 7,4%), dagli investitori retail italiani (9,1%) e naturalmente dai soci stabili, le Fondazioni salde al 27,4%. Il presidio degli enti, rinnovato con slancio di fronte alla promessa di pay out del consigliere delegato Carlo Messina, 10 miliardi di euro in distribuzione nei prossimi quattro anni, non permette di parlare di modello public company per il futuro di Intesa Sanpaolo. Ma certo, se ancora non c’è una richiesta formale da parte dei grandi investitori anglosassoni per i posti in consiglio, i colloqui ufficiosi sono in corso da già da qualche tempo. E le riflessioni in corso nella commissione sulla governance, il gruppo di lavoro guidato dal presidente della sorveglianza Giovanni Bazoli, ne stanno già tenendo conto. Che la banca Mi-To abbandoni o corregga significativamente il modello di governo dualistico, la nuova impalcatura e il nuovo statuto dovranno sorreggere gli anni a venire e il prevedibile «upgrade» degli internazionali. Sarà ancora adeguato, per esempio, l’attuale sistema proporzionale adottato si qui per l’elezione dei consiglieri di sorveglianza? Da quello che è possibile ricostruire sin qui, anche guardando alla vicenda Telecom, o Unicredit, dove soci arabi avrebbero chiesto voce in capitolo sulla nomina di un presidente di profilo internazionale, gli investitori internazionali chiedono sì di entrare nel board , ma non di assumere responsabilità di gestione. E, dunque, avrà ancora senso un consiglio di sorveglianza che nomina un consiglio di gestione? O non si penserà piuttosto a un consiglio con un numero elevato di indipendenti, lasciando ai rappresentanti degli azionisti stabili, le fondazioni, il compito di farsi carico della gestione?
C’è da dire che alla domanda sul gradimento tra il dualistico e il tradizionale («quale porterebbe più valore al titolo?») posta, tra le altre, agli azionisti da società di ricerca per conto della Compagnia di Sanpaolo, gli investitori esteri hanno replicato con un salomonico: non ne faremo una guerra di religione, chiederemo che funzioni.
Rinnovi all’orizzonte
Tutto viene comunque messo in discussione in questi mesi in Intesa dove è aperto il cantiere che porterà al nuovo corso nella primavera del 2016, quando è in calendario il rinnovo degli organi. I tempi non largheggiano. Le modifiche alla governance dovranno essere valutate e perfezionate dai giuristi e poi recepite da un nuovo statuto, che dovrà ricevere il via libera della Bce.
A volerli leggere, i segnali delle ultime settimane sono chiari. Carlo Messina, protagonista della galoppata in Borsa che ha riportato la capitalizzazione a 46-47 miliardi, con una crescita dell’80% dalla sua nomina a fine settembre 2013, ha riconosciuto come elemento chiave l’attivismo degli investitori internazionali. E di ritorno dal road show sui conti 2014 e dall’incontro, a Londra, con circa 80 grandi case di investimento globali ha annunciato l’arrivo di capitali stranieri e in particolare americani e anglossassoni, in Italia, tornata a essere interessante grazie alle riforme, e dunque anche nel primo gruppo domestico del credito.
Internazionali
Il colosso Usa BlackRock, è il primo socio estero di Intesa e secondo azionista in assoluto con una quota di circa il 5% alle spalle della Compagnia di San Paolo, la fondazione torinese che controlla da sola quasi il 10%. La più grande società d’investimento del mondo guidata da Larry Fink ha espresso con altri investitori in una lettera del gennaio scorso inviata al governo e stessa Intesa tutta la propria contrarietà all’introduzione del voto multiplo. Dopo questa iniziativa difficile sostenere l’indifferenza alle governance dei big stranieri.
Di una banca che ha tutti gli strumenti per difendere la propria autonomia e che in base ai numeri è «completamente determinabile dai suoi azionisti internazionali» ha parlato in un’audizione della Commissione Finanze del Senato il presidente del consiglio di gestione, Gian Maria Gros-Pietro. L’economista ha accompagnato il suo intervento con la proiezione di dati della superbanca aggiornati a fine dicembre spiegando che la «forza di restare indipendente» oggi viene proprio dai risultati raggiunti e al conseguente apprezzamento del titolo ai massimi da almeno cinque anni sulla soglia dei 3 euro. «Siamo tranquillissimi – ha aggiunto il professore – non solo per la situazione oggettiva ma anche per la politica che stiamo seguendo, con il piano industriale che ha avuto successo fin dalla sua presentazione».
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