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Intervista ad Emma Marcegaglia: «Le idee per fare un’Italia nuova»

di Alberto Orioli

La Confindustria ha preso una decisione del tutto inusuale. Il 7 maggio, a Bergamo, chiamerà tutti gli imprenditori alle grandi Assise nazionali. Unendo in questa formula straordinaria anche il tradizionale appuntamento biennale di riflessione pubblica delle Piccole imprese.

L'unico precedente è del '92: allora l'Italia rischiava il default, Amato imponeva la manovra da 90mila miliardi di lire; si improntava la politica della concertazione che poi salvò il paese dal baratro dell'inflazione, dei conti fuori controllo e degli altissimi tassi e consentì, alla fine, l'ingresso nell'euro. Insomma, le Assise sono un appuntamento per momenti "epocali".

Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, lo spiega così: «Il momento è drammatico, ma non non vogliamo abbandonare la speranza, lasciare il campo; perdere lo spirito di proposta e di spinta per la politica e per la società. Sarà una vera adunata di forze positive, un momento importante per dire che ci siamo e che siamo in tanti; che rappresentiamo non solo l'impresa, l'economia, ma il paese tutto. Ci riuniremo per elaborare le nostre proposte, le idee da presentare a una politica distratta da altro e che, francamente, ancora una volta non sta certo dando un bello spettacolo».

Offese in aula, istituzioni in guerra. Torna anche il lancio delle monetine…

Diciamolo: lo spettacolo che sta offrendo il Parlamento è deprimente. Inaccettabile per il paese: se sono proprio le istituzioni a dare la sensazione di non comprendere quanto sia seria la situazione interna e internazionale è doppiamente grave.

La devastazione in Giappone induce al ripensamento sul nucleare; la crisi nel Nord Africa sconvolge i rapporti nel Mediterraneo e ripropone l'emergenza del tema petrolio; in Europa tornano politiche neo-nazionaliste di Germania e Francia…

Aggiungo il tema dei declassamenti dei debiti sovrani che ha impatto sulle politiche pubbliche europee e nazionali e sulle sorti dell'euro. Insomma, abbiamo di fronte ancora uno scenario di crisi: la crisi finanziaria prima ed economica poi non è finita e torna, di nuovo, con le sembianze di un'altra crisi finanziaria. Che ci riguarda come Italia e come Europa: tutto serve tranne che le fughe solitarie di Berlino o di Parigi. Semmai servirebbe più Europa come vorremmo che fosse, solidale e il più possibile coesa. La tragedia del Giappone ha messo in crisi la terza economia del pianeta e ha imposto al mondo di ripensare il nucleare. Resto convinta che non si debbano prendere decisioni strategiche in tema di energia sull'onda delle emozioni; basti pensare a quale sconvolgimento sulla domanda si verificherebbe se paesi come Cina e India decidessero di abbandonare il nucleare per restare ancorati solo al petrolio. Quanto al Nord Africa, la sua influenza sugli equilibri anche sociali (e di sicurezza) per il nostro paese è evidentissima nel dramma dei profughi a Lampedusa e non solo. È, però, chiara anche la sua influenza sul prezzo del greggio e ciò, per un paese come il nostro – dipendente per l'85% da gas e petrolio importato – ha un impatto notevolissimo: ogni dieci dollari di aumento del prezzo al barile sono sei miliardi di bolletta energetica in più. Non dimentichiamo poi che è la prima volta che un conflitto indebolisce il dollaro: se l'euro continua la sua corsa sarà un ulteriore problema per le nostre esportazioni.

Insomma, uno scenario da brivido. Eppure il governo aveva promesso una frustata all'economia…

La stiamo ancora aspettando, visto che lo scenario è quello appena descritto. Finora l'unico pacchetto di semplificazioni serie e utili è stato rimandato. Il piano nazionale delle riforme nessuno l'ha ancora visto e, comunque, anche stando agli annunci, appare poco ambizioso su temi cruciali come la ricerca e la scuola, veri capisaldi per creare le condizioni per la crescita futura e duratura di un paese.

A proposito, l'Italia punta a poco più dell'1%, mentre la Germania è al 3,5% con ambizioni anche maggiori.

È proprio di questo che vorremmo parlare alle Assise del 7 maggio. Del resto i paesi nostri competitori hanno già approntato obiettivi di politica economica molto ambiziosi. Penso al piano Cameron in Gran Bretagna: dopo i tagli c'è l'orgoglio di un paese che vuole diventare il primo del G20 quanto a competitività e il più attrattivo per la creazione di business, anche attraverso una lungimirante e coraggiosa riforma fiscale che abbatte il carico sulle imprese.

Dunque, a maggio, una nuova occasione per chiedere più fondi e una diminuzione delle tasse?

No, tutt'altro. Nessuno oggi fornisce visioni d'insieme dei problemi e di medio periodo sui temi strategici. Noi, come imprese, avvertiamo più di altri soggetti cosa significhi competere nel mondo o fare business in un paese ingessato dalla burocrazia e da una cultura anti-mercato. Sappiamo bene che se l'Italia non fa impresa, non cresce e non crea ricchezza; sappiamo bene che se l'Italia non riparte la società si incattivisce, si sgretola il tessuto civile se non quello democratico. Per questo vogliamo elaborare proposte al nostro interno attraverso ampie discussioni su alcuni temi chiave per lo sviluppo del paese. Sarà il miglior modo per onorare i 100 anni di Confindustria e anche i 150 anni dell'Unità d'Italia.

La crisi farà cambiare anche Confindustria?

La Confindustria è essa stessa un cantiere aperto. È ben chiara tra di noi l'idea che anche l'associazionismo deve cambiare pelle, deve radicarsi ancora di più sul territorio – diventando, direi quasi, "iperfederalista" – deve cambiare modo di scegliere le priorità, di formulare le proposte e di organizzare le azioni per realizzarle. La politica è alle prese con priorità sue, non con ciò che serve alle imprese per crescere: non è più stagione in cui fare associazionismo significava premere per risorse pubbliche. Oggi significa fornire servizi integrati e più efficienti per consentire alle imprese di aumentare la loro competitività. La mia ambizione è quella di lasciare la presidenza con sei o sette nuove realtà organizzative già avviate dove si sia realizzato l'accorpamento dei servizi aumentando il valore dell'assistenza e della consulenza strategica per gli associati attraverso un mix di competenze finora tenute tra loro separate.

La necessità di aumentare la competitività globale ha creato un terremoto anche nelle relazioni industriali come insegna il caso Fiat..

Non parlerei di terremoto. I casi di Mirafiori e Pomigliano sono stati positivi. Non vale però il detto che ciò che va bene alla Fiat va bene per tutti. Le richieste della Fiat hanno contribuito a creare la consapevolezza che il sistema contrattuale deve fornire, attraverso una forte flessibilità interna, scelte diverse a seconda della tipologia di impresa. Con la riforma del 2009 abbiamo stabilito che aumenta il peso dei contratti aziendali e ciò è bene. Ora i nuovi contratti nazionali dovranno recepire al meglio quelle indicazioni.

Insomma, il modello tedesco dell'opting out, vale a dire della scelta tra accordi nazionali o aziendali, deve diventare la regola abituale?

Penso che debba diventare la regola scegliere il contratto migliore per la propria realtà e credo che la via più efficiente sia quella delle deroghe ai contratti nazionali. Del resto proprio in Germania solo il 7% delle aziende sceglie di utilizzare i contratti aziendali al posto di quelli nazionali, mentre oltre il 50% applica le deroghe previste dagli stessi contratti di settore.

Il caso Fiat ha posto soprattutto la questione della governabilità degli stabilimenti.

È il tema, ci stiamo lavorando. Coinvolge la grande questione della rappresentanza e della esigibilità di quanto pattuito. Ne stiamo parlando anche con i sindacati: non è ancora chiaro se, ad esempio, sia necessaria una nuova legge o sia sufficiente un accordo interconfederale.

Passiamo ai temi delle Assise. Il primo è: sbloccare la crescita. Come si fa?

La crescita è un valore economico ma anche sociale e civile e va proposto con la logica delle azioni di medio termine e della sostenibilità. Conta la dimensione d'impresa: se non sei sufficientemente grande riesci con più difficoltà a stare su mercati grandi. Conta, quindi, la capitalizzazione e le azioni necessarie per renderla possibile. È chiaro che serve anche una riforma fiscale a vasto raggio: è un'azione cruciale e indispensabile per un paese dove la pressione fiscale sugli onesti è salita al 51,4% e quella sulle imprese supera di gran lunga quella presente nei paesi competitori. Poi bisogna togliere il vincolo di una burocrazia soffocante non solo in fase di avvio ma anche in fase di crescita dell'impresa.

Anche le imprese, tuttavia, devono fare un lavoro su se stesse.

Certo, e lo stiamo facendo. Ad esempio è risultata molto efficace l'azione per creazione delle reti d'impresa. Ne abbiamo create già 33 su progetti tematici (ad esempio, la messa a punto di ricerche su nuovi materiali, la creazione di canali distributivi unici all'estero, la definizione di progetti di ricerca con grandi università) e hanno avuto un grande successo: ora ne sono in cantiere altre 20.

Il secondo tema delle Assise è: liberare il mercato. In Italia la discussione pubblica oscilla tra la riforma dell'articolo 41 della Costituzione e l'arroccamento del cosiddetto socialismo municipale delle utilities. Un paese schizofrenico.

Noi siamo, sempre e comunque, per il mercato, per le liberalizzazioni ben regolate. Su questi versanti non si registrano passi avanti: ogni volta che si tenta di ridurre le municipalizzate c'è sempre qualche motivo per non farlo anche se quattro quinti di queste società sono in perdita. Non mi sfugge che sono luoghi di potere, di posti, di privilegio. Non bastasse questo, poi, si torna a parlare di tariffe minime per i trasportatori, di tariffe massime per gli avvocati; la legge Ronchi è interessante e positiva ma non decolla mai. Insomma, mercato poco o nulla. Invece il mercato resta l'unica vera cura utile alla crescita: è più dura ma garantisce benefici stabili a tutto il paese perchè consente di lasciare lo spazio a chi sa correre davvero

A proposito di pubblico e privato, ora si pensa di dare alla Cassa depositi e prestiti un ruolo di fondo strategico per la difesa del made in Italy o di coinvolgere Fintecna per la difesa dell'italianità di Parmalat. Che ne pensa?

Resto perplessa; sono sempre per il mercato, come ho già detto. Abbiamo realizzato il fondo per la capitalizzazione delle imprese e questa è stata un'esperienza positiva, ma resta un fondo privato, come dev'essere. Se la Cdp entra in un'azienda industriale o in una banca si rischia di avere magari un piano di protezione ma non un piano industriale. Ciò che serve è la reciprocità tra paesi e – ancora una volta – la dimensione d'impresa, il resto lo fa il mercato.

Un po' lo fa anche la politica industriale. Oggi non ci sono indicazioni e azioni su settori strategici…

Non credo in piani in cui, dall'alto, la politica dica cosa deve vivere e cosa morire. La logica corretta è quella di "Industria 2015": si identificano alcuni settori a grande impatto per la crescita su cui investire per creare nuovi progetti, piattaforme di ricerca. La vera politica industriale la fanno le politiche strutturali su fisco, burocrazia, liberalizzazioni. Del resto anche il concetto di settore è superato: conta – all'interno di ognuno dei cosiddetti settori – la capacità innovativa, l'abilità nell'internazionalizzare il business, la quantità di componente di servizio che si inserisce in un bene

L'ultimo slogan delle Assise è: premiare il merito. Che significa guardare al talento e quindi ai giovani.

Per questo abbiamo voluto che all'interno di ciascuna sessione di discussione ci fosse un giovane, con esperienza all'estero, sulle nuove frontiere della tecnologie e dei nuovi business. Per il resto il tema del merito interagisce con quello della formazione: abbiamo salutato positivamente la riforma Gelmini dell'università. Andrà perfezionata ma introduce un elemento di valorizzazione del merito tra gli studenti e, soprattutto, tra i professori. È solo un inizio, però.

Il resto lo devono fare, ancora una volta, le relazioni industriali aumentando la quota dei premi nei contratti…

È il tema del salario di produttività, la forma più efficace di incentivazione al merito e, di riflesso, anche alla crescita del paese. È l'unica strada per alzare il livello delle retribuzioni e della produttività di sistema. per questo deve diventare una pratica diffusa. Anche nelle Pmi: per loro abbiamo messo a punto dei protocolli-tipo per la gestione, il più semplice possibile, degli accordi di produttività e per l'incentivazione del merito.

In conclusione, saranno Assise di proposta e di protesta?

Molta più proposta che protesta. Non saremo l'ennesima voce urlante nella rissa pubblica. Saremo in tanti, compatti nel dire che i temi dell'impresa sono i temi del paese. E uniti nel compiere una scelta che deve accomunare tutte le imprese: decidiamola insieme, l'Italia da fare.

 

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