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Interventi-tampone insufficienti ecco le ricette attese dai mercati

Due anni fa, quando fu lanciato il primo salvataggio della Grecia, i mercati impiegarono circa 15 giorni per decidere che l’intervento non sarebbe stato sufficiente e per riprendere, quindi, a giocare al ribasso sui titoli pubblici dell’eurozona. Ieri mattina, la notizia che il fronte proeuro aveva vinto le elezioni greche è riuscita a far galleggiare i mercati per poco più di 15 minuti, prima che si riaprisse il baratro. La pazienza dei mercati verso i leader europei sembra totalmente esaurita.
OPERATORI, analisti, investitori sembrano reagire progressivamente con sempre maggiore freddezza verso gli interventitampone, volti a puntellare le difese contro la crisi di un singolo Paese. E’ successo con i salvataggi di Grecia, Irlanda, Portogallo, poi, in modo sempre più evidente, con la ristrutturazione del debito greco e, ancora più recentemente, il piano per le banche spagnole e, ora, le elezioni greche. I mercati hanno, invece, accolto con maggior calore e più durevole fiducia iniziative di largo respiro, a livello continentale, come il Fondo salva- Stati o il patto di disciplina di bilancio. E, quasi con entusiasmo, a cavallo fra il 2011 e il 2012, il miliardo di euro di liquidità iniettato dalla Bce nell’intero sistema bancario europeo.
C’è una differenza, fra i due tipi di intervento. Il primo risolve, meglio o peggio, crisi nazionali, bloccando, per così dire, il contagio, ma senza indicare una vera e propria cura. Il secondo comporta interventi complessivi, su scala europea, che coinvolgono l’architettura istituzionale dell’Unione europea e che, almeno dal novembre scorso, sembrano gli unici in grado – assai più dei singoli programmi di austerità – di frenare lo scetticismo del mondo della finanza e di far tornare sulla scena del debito pubblico europeo i soldi dei grandi investitori istituzionali.
LA SFIDA
Se questa è l’aria che tira, la sfida che i mercati lanciano ai leader europei, da qui al vertice di fine mese, è abbastanza chiara: si tratta di individuare programmi e interventi che comportino un impegno comune ad approfondire la collaborazione europea. In parte, questi passaggi sono già in rampa di lancio. Il fiscal compactè in fase di ratifica e dovrebbe garantire, nero su bianco, l’impegno di tutti alla disciplina di bilancio. Più o meno contemporaneamente, dovrebbe prendere il largo il piano per la crescita propugnato da François Hollande: 120 miliardi di euro, in gran parte già stanziati nei bilanci comunitari, ma la cui mobilitazione, dopo mesi in cui si è parlato solo di tagli, può avere un effetto liberatorio.
La partita, anche sul piano del-l’effetto annuncio nei confronti dei mercati, si gioca però su altri terreni.
L’UNIONE BANCARIA
Il primo è quello dell’unione bancaria o, comunque, di un regime che rompa l’abbraccio mortale fra i debiti degli Stati e quelli delle banche nazionali. Gli elementi di questa unione sono, in linea di principio, chiari a tutti. Una grande banca americana, la Citi, li elenca così: un unico corpo di regole e un unico organismo di regolamentazione del settore, al posto di quelli nazionali attuali; un fondo comune sovranazionale di garanzia dei depositi; un unico organismo sovranazionale in grado di decidere sul fallimento e la ricapitalizzazione dei singoli istituti. Solo in questo modo, argomentano molti esperti, si può evitare che la crisi di una singola banca metta in crisi un Paese e, di qui, l’intera costruzione dell’euro. Tuttavia, le banche tedesche hanno già fatto sapere di essere assai riluttanti all’idea di fornire i loro fondi di garanzia per coprire il crac di una banca, per dire, spagnola. Ma non sono le sole a puntare i piedi. Dopo il lancio del piano di salvataggio delle banche spagnole, Madrid ha fatto subito sapere di non avere alcuna intenzione di obbedire alle direttive di Bruxelles o Francoforte, per quanto riguarda se e quali banche chiudere e in che modo. Il governo spagnolo vuole avere mano libera in materia. Il governo italiano si comporterebbe, probabilmente, nello stesso modo se ci fossero in ballo la Popolare di Milano, piuttosto che il Monte dei Paschi, esattamente come i tedeschi con le loro banche regionali. L’unione bancaria va colpire meccanismi fra i più delicati del potere politico.
Ancora più cruciale, ma anche più problematica, è l’idea di un intervento radicale sul debito pubblico, che ne preveda la condivisione fra tutti i Paesi dell’area euro. Per ora, l’ipotesi classica, dei veri e propri Eurobond, è stata relegata, anche dallo stesso Hollande, ad un futuro lontano una decina d’anni. Ma continuano a circolare ipotesi più limitate, ma comunque efficaci, anche solo nel-l’effetto annuncio.
GLI EUROBILLS
Ad esempio, gli Eurobills. In questo progetto, gli Stati rinuncerebbero ad emettere in proprio i titoli pubblici con scadenze inferiori ad un anno. O, meglio, li emetterebbero, ma l’intero importo verrebbe comprato da un’agenzia europea che, a sua volta, si finanzierebbe – a tassi d’interesse, ovviamente, inferiori per i Paesi deboli, superiori per quelli forti – emettendo propri titoli, gli eurobills. Nessuno Stato potrebbe però, ogni anno, emettere titoli ad un anno (destinati ad essere assorbiti negli Eurobills) per un ammontare superiore al 10 per cento del suo Pil. In altre parole, con gli Eurobills, il debito comune è contingentato nel tempo (un anno) e nella quantità (il 10 per cento del Pil). Simile, ma anche più semplice, è la proposta degli Eurocoupons. Ogni Stato emetterebbe i suoi titoli, ai tassi di mercato e ne sarebbe unicamente responsabile, in caso di default. Tuttavia, una stanza di compensazione europea si preoccuperebbe di rendere uguali gli interessi pagati, tassando i Paesi che possono offrire rendimenti più bassi e stornando i fondi ai Paesi costretti a pagare interessi più alti.
Più complessa ed ambiziosa la proposta di un Fondo di redenzione del debito, avanzata e sponsorizzata da una parte dell’establishment tedesco. Si tratta di trasferire ad un apposito fondo comune europeo la quota di debito pubblico che eccede il 60 per cento del Pil (per l’Italia sono quasi mille miliardi di euro). L’Italia si impegnerebbe a pagare gli interessi su questa cifra, nonché a rimborsare il capitale, come in un normale prestito. La formula è complessa, ma, secondo i calcoli di Credit Suisse, dovremmo riuscirci in 23 anni, a condizione di avere un avanzo primario di bilancio (al netto,cioè degli interessi) pari al 4 per cento del Pil. Non impossibile, visto che, attualmente, le previsioni per i prossimi anni sono per un avanzo primario del 5 per cento. Peraltro, il Fondo non si muoverebbe gratis o, meglio, senza garanzie. L’Italia, ad esempio, dovrebbe fornire come pegno del prestito l’oro delle riserve della Banca d’Italia che, per la terza volta in poco più di 60 anni riprenderebbe la strada del Nord.
IL SERPENTONE
In realtà, lo strumento, probabilmente, più efficace, dal punto di vista dei mercati, sarebbe, nell’immediato, un intervento della Bce a comprare titoli del debito pubblico. Osteggiata dai tedeschi, l’idea è tornata a circolare, ieri, sotto la forma del “serpentone”: in buona sostanza, l’impegno di Francoforte a impedire che gli spread fra il Bund tedesco e i titoli, ad esempio, italiano o spagnoli superino limiti di sicurezza
prefissati. Come? Acquistando titoli sul mercato secondario, cosa che non è impedita dai trattati. Francoforte lo ha già fatto, più volte, nei mesi scorsi, ma in misura assai ridotta. Nel progetto del “serpentone”, invece, gli acquisti potrebbero rivelarsi massicci. La differenza fondamentale con gli acquisti precedenti, tuttavia, è di principio. Finora si è trattato solo di contenere, genericamente, gli spread. Qui, si tratterebbe di difendere dei livelli prefissati, anche con acquisti, in via puramente teorica, illimitati.

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