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Internet, il Fisco cerca 11 miliardi

Quasi fossero due ingredienti chimici instabili i due termini «tasse» e «digitale», messi insieme, scatenano subito reazioni. Non è certo un caso se il premier Matteo Renzi è stato ben attento a non usare la fallimentare nomenclatura del passato: non ha detto «Google tax» che prendeva di mira solo il gigante del motore di ricerca come se fosse l’unico ad essere accusato di pratiche elusive. E non ha detto «web tax» che aveva causato una mezza rivolta degli utenti sulla Rete, alimentata dal malinteso che si trattasse di una tassazione dei consumatori. Renzi ora l’ha definita «digital tax» (e anche così non sono mancate le polemiche). Meglio sarebbe dire tassa sull’economia digitale o, come ha sottolineato il deputato Stefano Quintarelli, uno degli estensori di una bozza di disegno di legge che si sovrappone con l’annuncio di Renzi, non chiamarla proprio digitale: «Meglio sarebbe parlare di tassa antielusione, in quanto non si fa riferimento ad una nuova tassa, ma si tratta di un insieme di accorgimenti che mirano a regolare e ridurre il fenomeno del “profit-shifting” e dell’elusione fiscale nell’economia digitale».
In effetti ad usare l’accorgimento del vecchio merletto in chiave elusione fiscale, sono anche altre aziende oltre a società come Apple, Amazon, Google, Microsoft. Una per tutte è Ryanair, non proprio digitale. Ma la sostanza non cambia. La situazione è ormai nota: si tratta di smontare meccanismi come il «double irish» che non è un cocktail ma il nome di due società gemelle di cui una è residente in Irlanda (A) e un’altra in qualche paradiso fiscale (B). Così il fatturato fatto in Italia va alla società A dove però non si ferma passando alla società B per pagare generalmente i «diritti di proprietà intellettuale». Il risultato è che gli utili non vengono perlopiù tassati nemmeno a Dublino, come si tende a pensare, perché scompaiono nei paradisi fiscali come le Bermuda.
Si stima che l’imponibile eluso in Italia possa valere sugli 11 miliardi di euro.
Ora Renzi, contrariamente a quanto detto in passato, sembra volere forzare la mano anche all’Europa. Al tempo della proposta del parlamentare pd Francesco Boccia, in effetti, Renzi aveva fatto intendere di essere d’accordo sulla necessità di trovare un meccanismo antielusivo ma di volere aspettare una mossa comune. Ora lo strappo: se Bruxelles non si muoverà, a giugno la tassa sugli utili potrebbe entrare nella Legge di Stabilità e partire dal 2017. Renzi non ha parlato di aliquote ma molti hanno ripreso quelle della bozza di disegno di legge. Bisognerà vedere quanto l’esecutivo accoglierà di quel documento parlamentare.
Dall’inizio del 2015, la tassazione sull’Iva, intanto, era già cambiata scattando nel Paese di chi acquista.

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