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Interessi passivi in equilibrio

Chiusa una delle prime conciliazioni giudiziali in merito alla tematica del fondo di dotazione delle branches italiane di banche estere/deducibilità degli interessi passivi. La conciliazione, che ha avuto come protagonisti lo Studio Fantozzi & Associati in difesa del contribuente e l’amministrazione finanziaria, ha visto la rideterminazione del fondo di dotazione considerando la ponderazione degli attivi e del rischio, così come previsto dalle Istruzioni della Banca d’Italia.

Il contenzioso tributario nasce da una recente e controversa questione in merito alla deducibilità degli interessi passivi maturati su finanziamenti concessi dalla casa madre che, secondo l’Amministrazione finanziaria, non sarebbero stati accesi se la stabile organizzazione avesse potuto disporre di un fondo di dotazione adeguato ai rischi assunti ai sensi del combinato disposto degli artt. 23 comma 1 lett. e), 152 comma 1, 110 comma 7 del Tuir e dell’art. 7 della Convenzione «Italia-Francia» nello specifico. Da qui la presunta indeducibilità fiscale di una quota parte significativa degli interessi passivi da parte della stabile organizzazione.

La questione è molto controversa poiché ad oggi anche le Commissioni Tributarie investite sul tema hanno oscillato tra sentenze favorevoli al contribuente e contrarie.

La normativa tributaria italiana non prevede espressamente l’obbligo, per le stabili organizzazioni di imprese non residenti, di avere, ai soli fini fiscali, un fondo di dotazione.

La tesi dell’Amministrazione finanziaria sottolineava nell’accertamento come sia in realtà applicabile il principio del valore normale, cioè di mercato, che la stabile organizzazione deve rispettare anche in merito alla propria dotazione patrimoniale.

Sempre secondo l’Agenzia la stessa Convenzione per evitare le doppie imposizioni stipulata, nel caso di specie tra Italia e Francia, confermerebbe tale impostazione, laddove viene esteso alle stabili organizzazioni il principio di libera concorrenza contenuto, per le imprese associate, nell’art. 9 del Modello di Convenzione Ocse e disciplinato internamente dall’attuale art. 110, co. 7 del Tuir. A conforto di tale tesi l’Agenzia aveva proposto l’applicazione del contenuto del documento consultivo Oecd (Report on the attribution of profits to permanent establishments, Oecd, 17 luglio 2008) dal quale si dedurrebbe la necessità che la stabile organizzazione venga dotata di un fondo di dotazione («free capital») minimo.

L’accertamento notificato alla stabile organizzazione non conteneva tuttavia l’applicazione puntuale di uno dei diversi metodi consigliati dal Report per la determinazione del fondo di dotazione e in particolare i coefficienti di ponderazione previsti dalla normativa riferibile al settore bancario.

In estrema sintesi l’Ufficio aveva proceduto a calcolare il fondo di dotazione utilizzando il metodo della concentrazione dei rischi calcolato sulla massima esposizione.

Il contribuente e i funzionari dell’Agenzia preposti in fase di conciliazione giudiziale hanno rideterminato, come detto sopra, il fondo di dotazione, secondo il metodo della quasi thin capitalization, tramite un puntuale calcolo, considerando la ponderazione degli attivi e del rischio, così come previsto dalle Istruzioni della Banca d’Italia.

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