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Interessi bancari, prescrizione lunga

di Giovanni Negri

MILANO
Tornano a essere possibili i ricorsi contro l'applicazione degli interessi anatocistici. Anche per gli anni '90. È questa la conseguenza immediata della sentenza della Corte costituzionale, la n. 78, scritta da Alessandro Criscuolo, con la quale viene dichiarata l'illegittimità del decreto «milleproroghe» dell'anno scorso, nella parte in cui, con una norma assai favorevole alle banche, forniva un'interpretazione autentica della norma del Codice civile sulla prescrizione (l'articolo 2935). La disposizione andava a incidere sulle operazioni bancarie regolate in conto corrente riducendo la possibilità di ottenere un rimborso da parte di quei correntisti che reclamavano l'illegittimità di quanto fatto pagare dagli istituti di credito per la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi.
Senza modificare infatti la durata della prescrizione, fissata in 10 anni, la norma inserita in sede di conversione del decreto dalla legge n. 10 del 2011, stabiliva che il dies a quo (il giorno dal quale iniziare a fare decorrere i 10 anni) doveva essere quello dell'annotazione in conto corrente, la data cioè in cui sul conto era stato effettuato il versamento a copertura dell'addebito dell'anatocismo, e non, come invece avevano stabilito le Sezioni unite della Cassazione, quello di chiusura del conto stesso. Una previsione che, di fatto, tagliava fuori una buona parte dei potenziali ricorrenti e che aveva fatto insorgere le associazioni dei consumatori.
Ora invece i giochi si riaprono. La Corte costituzionale, infatti, di fronte alla pluralità delle questioni di legittimità sollevata da molti tribunali osserva che la portata retroattiva della norma è priva di giustificazioni. La norma, a giudizio della Consulta, è intervenuta sull'articolo 2935 del Codice civile in assenza di una situazione di oggettiva incertezza del dato normativo, «perché, in materia di decorrenza del termine di prescrizione relativo alle operazioni bancarie regolate in conto corrente, a parte un indirizzo del tutto minoritario della giurisprudenza di merito, si era ormai formato un orientamento maggioritario in detta giurisprudenza, che aveva trovato riscontro in sede di legittimità ed aveva condotto ad individuare nella chiusura del rapporto contrattuale o nel pagamento solutorio il dies a quo per il decorso del suddetto termine».
I giudici sottolineano come «retrodatando il decorso del termine di prescrizione» e derogando dalle disposizioni del Codice civile, la norma rende «asimmetrico il rapporto contrattuale di conto corrente» fra correntista e banca. Infatti «finisce per ridurre irragionevolmente l'arco temporale disponibile per l'esercizio dei diritti nascenti dal rapporto, pregiudicando la posizione giuridica dei correntisti che, nel contesto giuridico anteriore all'entrata in vigore della norma, abbiano avviato azioni dirette a ripetere somme illegittimamente addebitate». Per i giudici poi «non è dato ravvisare quali sarebbero i motivi imperativi di interesse generale, idonei a giustificare l'effetto retroattivo della norma che, quindi, viola anche l'articolo 117 della Costituzione».

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