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Intercettazioni, ci vuole l’urgenza

Il legale che chiede di accedere alle registrazioni delle intercettazioni prima del loro deposito, ma senza fare riferimento all’urgenza, non può contestare la violazione del diritto di difesa se le ottiene solo due giorni prima dell’udienza di riesame. Un termine considerato comunque utile, anche quando le intercettazioni sono migliaia, perché l’avvocato ha diritto di esaminare solo le conversazioni utilizzate per disporre la misura cautelare e non tutto il materiale. Così la Cassazione, con la sentenza 281/2015 depositata ieri, respinge il ricorso di un imputato che riteneva violati i suoi diritti a causa del ritardo nella consegna dei supporti.
Erano in totale 2.152 intercettazioni, tutte nella lingua del suo assistito, il cinese, indagato per sfruttamento della prostituzione. Un materiale decisamente “voluminoso”, arrivato nelle sue mani solo 24 ore prima dell’udienza di convalida della misura cautelare.
La Corte di cassazione spiega perchè l’impresa non era ardua come potrebbe apparire e perché i Cd non erano stati messi a disposizione tardi.
I giudici ricordano che la Corte costituzionale (sentenza 336 del 2008) è intervenuta sull’articolo 268, comma 4, bollandolo come incostituzione per la parte in cui non prevedeva la possibilità per il difensore di accedere ai documenti prima del deposito in cancelleria e quindi dopo la notificazione o l’esecuzione dell’ordinanza sulla misura cautelare. Una corsia accelerata, alla quale aveva fatto riferimento il ricorrente per lamentare il mancato rispetto della norma, malgrado la sua tempestività che ritiene provata date alla mano.
La richiesta, contestuale a quella del riesame, era stata presentata il 14 agosto, seguita il 22 agosto da una visita in Procura, dove il legale aveva appreso che il pm titolare era in ferie. I supporti gli erano stati consegnati il 25 agosto, due giorni prima del riesame.
Ma per la Cassazione l’errore è stato commesso dall’avvocato. Nell’istanza mancava qualunque riferimento all’urgenza della richiesta e alla necessità di disporre dei documenti in vista del riesame. Un passo falso non trascurabile, dal momento che l’obbligo di tempestività del Pm scatta solo se viene specificato che l’accesso è finalizzato alla presentazione dell’istanza di riesame: i tempi del pm sono, infatti, condizionati da quelli delle norme processuali.
Una “fretta” che non solo non era esplicita, ma neppure deducibile dai fatti. La richiesta di accesso alle registrazioni era arrivata 9 giorni dopo l’applicazione della misura cautelare, malgrado l’imminenza del ferragosto e solo otto giorni dopo il legale era tornato alla “carica”. I due giorni a disposizione erano comunque sufficienti ad analizzare il materiale: delle oltre 2mila telefonate, molte erano di pochi secondi, solo alcune erano alla base della misura contestata e solo a quelle poteva accedere il legale. Nel ricorso, l’avvocato fa riferimento al numero complessivo di registrazioni e all’esigenza di esaminarle tutte, quando con la sua domanda aveva invece chiesto le registrazioni e le sommarie trascrizioni «utili ai fini dell’adozione dell’ordinanza di custodia cautelare». E non poteva essere altrimenti, alla luce della sentenza della Consulta, che limita il diritto d’accesso prima del deposito solo alle copie utilizzate per emettere il provvedimento.
La Cassazione ha “bocciato” anche il tentativo di contestare al Pm di aver protratto le intercettazioni per 40 giorni a fronte dei 15 indicati dal gip. Il giudice per le indagini preliminari non ha la competenza per intervenire sul termine fissato dalla legge e se lo fa, come nel caso esaminato, la sua “interferenza” non ha alcun effetto.

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