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Instabilità, City in allarme Londra cambia strategia

Per quasi un anno, dopo il referendum del 23 giugno, la parola d’ordine proveniente da Downing Street è stata “hard Brexit”. Adesso a Londra ne circola un’altra: “soft Brexit”. La proposta di una Brexit morbida, con la Gran Bretagna che esce dall’Unione Europea ma rimane con un piede in Europa: membro del mercato comune o dell’unione doganale, sull’esempio di Norvegia, Svizzera o Turchia. È l’ipotesi su cui lavorano insieme dietro le quinte ministri filo-europei di Theresa May e deputati dell’opposizione laburista, rivela il Daily Telegraph. È quel che chiedono apertamente i Tories in Scozia, il Labour, perfino il Dup, il partito unionista nord-irlandese con cui la premier sta negoziando la formazione del governo.
E naturalmente lo chiede la City, da sempre allarmata sulle conseguenze della Brexit
È l’ipotesi di un’uscita dall’Unione Europea senza mantenere alcun legame. Fuori dalla Ue, dal mercato comune, dall’unione doganale. Ci perdono tutti, sia gli esportatori europei in Gran Bretagna che gli esportatori britannici in Europa, ma il danno è maggiore per Londra: il 44 per cento delle sue esportazioni sono verso il continente. È bastata questa prospettiva a far scendere la sterlina e di conseguenza ad alzare l’inflazione: di ieri la notizia che è arrivata al 2,9 per cento, il livello più alto degli ultimi quattro anni. Londra uscirebbe dall’Unione commerciando con l’Europa in base alle regole del Wto (World Trade Organization): in pratica, ripristino di dazi doganali, controlli e ostacoli in tutti i settori.
Michael Gove, euroscettico della prima ora, protagonista della campagna per la Brexit, appena rientrato nel governo come ministro dell’Ambiente, segnala la svolta: «Non avendo più la maggioranza assoluta, Downing Street dovrà moderare le sue posizioni sulla Brexit». Predice lord Heseltine, uno dei padri dei conservatori britannici: «Theresa May chiederà a Francia e Germania la concessione di qualche freno all’immigrazione che ci consenta di mantenere la libertà di movimento», il principio essenziale per rimanere nel mercato comune. Secondo indiscrezioni, il tema era nell’agenda dei colloqui di ieri sera a Parigi fra May e Macron.
La Brexit è un elemento chiave della trattativa in corso per un’alleanza di governo con il piccolo partito unionista nord-irlandese. Omofobo, antiabortista, estremista sotto molti aspetti, il Dup è favorevole a una “soft Brexit”, necessaria per mantenere una frontiera aperta con la repubblica d’Irlanda, ossia con la Ue, e per mantenere la pace nella regione. Può darsi che la coalizione non si faccia. «La vera minaccia alla pace è allearsi con il Dup», avverte l’ex-premier conservatore John Major, consigliando a May di fare un governo di minoranza, cercando accordi di volta in volta con altri partiti, piuttosto che con una delle due parti in causa nel conflitto nord-irlandese. Ma se l’alleanza si farà, è impossibile che i 10 deputati del Dup sostengano una “hard Brexit”.
Lo scenario norvegese sarebbe la Brexit più morbida possibile. La Gran Bretagna esce dalla Ue, dunque non ha più voce in capitolo sulle decisioni prese a Bruxelles, ma diventa membro dell’Efta (Associazione Europea di Libero Scambio) come Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Questo le permette di rimanere nel mercato comune, continuando a pagare la sua quota di contributi al budget della Ue. La libertà di movimento per merci e persone rimane immutata. In pratica, non cambia niente rispetto alla situazione attuale. Dal punto di vista economico, ci guadagnano tutti: il Regno Unito e i 27 paesi della Ue. C’è un solo problema per Londra: non può porre limiti all’immigrazione (a meno che si trovi un artificio secondo quanto dice lord Heseltine). I Brexitiani puri e duri diranno che è stato tradito il mandato del referendum. Ma formalmente il referendum non conteneva riferimenti all’immigrazione, chiedeva soltanto: “Volete restare nell’Unione Europea o volete lasciare l’Unione Europea?”.
La Confederazione Elvetica è la nazione che ha più rapporti con la Ue al di fuori dei tre paesi dell’Efta. Esiste un accordo di libero commercio, allargato anche ai prodotti agricoli. anche in questo caso è garantita la libera circolazione di persone, ma nel 2014 un referendum ha imposto limiti all’immigrazione che sono tuttora oggetto di negoziati fra Berna e Bruxelles. Potrebbe essere un esempio particolarmente adatto a Londra per poter sostenere che l’immigrazione è stata limitata senza danneggiare l’economia. Ma per la Ue sarebbe rischioso applicare il “modello svizzero” a un altro paese finché appunto non ha risolto il problema immigrazione con gli elvetici.
Permetterebbe al Regno Unito di continuare a fare parte dell’unione doganale con la Ue, senza però fare parte del mercato comune e dunque senza riconoscere libertà di movimento alle persone. In pratica l’import-export non deve pagare dazi nelle due direzioni. Sarebbe un accordo vantaggioso per Londra, ma non copre settori come banche e assicurazioni della City.
La Gran Bretagna sarebbe fuori da mercato comune e unione doganale, ma potrebbe ottenere esenzione da dazi per settori specifici, per esempio industria dell’auto e banche, pagando in cambio una parte del budget Ue e continuando ad accettare la giurisdizione della Corte Europea. Ma Bruxelles otterrebbe poco in cambio e potrebbe non avere interesse a fare concessioni simili.

Enrico Franceschini

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