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Insider, doppio sequestro

Il sequestro preventivo sui beni dell’indagato nelle inchieste di insider trading può coprire non solo le plusvalenze realizzate ma anche il capitale investito, ed essere inoltre eseguita per equivalente.
Con questi motivi la Quinta penale della Corte di cassazione (sentenza 28486/12, depositata il 16 luglio) ha confermato le due decisioni di merito del tribunale di Milano sul sequestro preventivo a carico di un dirigente e socio anziano di Deloitte Financial Advisory Services. L’uomo è sospettato di aver utilizzato informazioni riservate su due Opa (Marazzi Group e Guala Closures) e su un tentativo di scalata (Parmasteelisa) – informazioni di cui aveva conoscenza per il suo ruolo di consulente finanziario – per comprare in anticipo azioni destinate verosimilmente a un rapido aumento di valore. Da qui il congelamento di circa 1 milione e 300mila euro a opera del Gip e a titolo di sequestro preventivo, provvedimento poi confermato dal Riesame.
Secondo l’indagato si tratterebbe di sequestro illegittimo, perchè vertendosi in ipotesi di misura cautelare finalizzata alla confisca (articolo 321.2 del codice di procedura penale) non sarebbe consentita l’esecuzione per equivalente. Inoltre, la natura sanzionatoria della misura patrimoniale applicata dal Gip imporrebbe di escludere dal suo ambito le somme investite, limitandosi invece alle plusvalenze.
Ma l’approccio della Cassazione è risultato molto distante dalle ipotesi della difesa. Innanzitutto il reato di abuso di informazioni privilegiate è consumato «a prescindere dall’esito dell’operazione» e l’entità del profitto da illecito rileva solo ai fini della determinazione della pena.
E in ogni caso, per quanto riguarda le misure cautelari reali, è risolutiva la definizione dell’articolo 187 del decreto legislativo 58/1998, dove per l’insider trading si prevede la confisca «del prodotto o del profitto conseguito dal reato e dei beni utilizzati per commetterlo»; inoltre, se non è possibile eseguire la confisca così delineata, la misura reale «può avere ad oggetto una somma di denaro o di beni di valore equivalente».
Anche sulla prospettata «natura sanzionatoria» della confisca per equivalente, così come eseguita dal tribunale milanese, la Cassazione prende le distanze dall’inquadramento operato dalla difesa del trader. L’argomento, per quanto «suggestivo, è destituito di fondamento» perchè, nel caso specifico, non c’è dubbio che il blocco dei beni abbia natura preventiva e sia stato adottato in presenza di tutti i presupposti necessari.
Lo scopo della norma – censurata di incostituzionalità dagli avvocati dell’indagato – è di impedire «che operatori finanziari con pochi scrupoli e particolarmente qualificati possano porre in essere avventure economiche che si traducono in turbative del mercato cui conseguirebbe corrispondente danno all’economia nazionale, risultato conseguibile solo sottraendo loro le risorse economiche relative, sia per la ragione che costituisce fuor d’opera parlare di rigidità della confisca, per ciò stesso asseritamente incostituzionale, in quanto l’entità del sequestro è determinata dallo stesso autore dell’illecito, essendo i compendi assoggettati a cautela equivalenti oltre che alle plusvalenze eventualmente realizzate, anche all’ammontare delle provviste finanziarie impegnate».

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