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«Inserire nel lavoro i rifugiati in Italia» Accordo Confindustria-Viminale

Non è il solito protocollo. L’intesa firmata ieri da Confindustria e dal ministero dell’Interno tocca uno dei temi più delicati dei nostri giorni: la possibilità di avviare al lavoro i rifugiati accolti in Italia, circa 90 mila secondo gli ultimi dati. Il percorso è graduale, prevede «iniziative comuni per l’inserimento», cominciando dai «tirocini presso le imprese associate». Ma è un primo passo. Soprattutto è il primo caso del genere al mondo, dice Confindustria.

«L’integrazione — dice il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia — è una grande sfida. E, se non riusciamo, la conflittualità e i costi saranno un problema per il futuro». Il presidente degli industriali sottolinea di essere a favore di una «società aperta, inclusiva» per un «capitalismo moderno, non selvaggio». E raccoglie l’applauso del ministro dell’Interno, Angelino Alfano: «Confindustria ha avuto un approccio molto coraggioso. Avrebbe potuto tenersi alla larga da un argomento così spinoso. E invece noi abbiamo la responsabilità di piantare il seme dell’integrazione per raccogliere in futuro il frutto della pace». Non a caso Confindustria sostiene il Migration compact, la proposta del governo italiano che prevede un aiuto economico ai Paesi che controllano i flussi e reprimono il traffico di migranti. Un piano da finanziare con bond europei, che però ha incontrato la resistenza di diversi Stati membri. L’associazione degli industriali chiede di «riattivare i flussi migratori, incoraggiando gli arrivi di persone qualificate e arginando l’immigrazione irregolare».

A sostegno di questa posizione proprio ieri ha presentato un rapporto del suo Centro studi. Un documento che non solo fotografa il contributo degli immigrati all’economia italiana: 120 miliardi di euro l’anno scorso, l’8,7% del prodotto interno lordo contro il 2,3% del 1998. Ma che sottolinea come, senza il contributo degli stranieri, il Pil italiano «sarebbe cresciuto meno negli anni di espansione e caduto di più durante la crisi». Secondo il Centro studi Confindustria gli immigrati «non sottraggono il lavoro agli italiani» perché in media sono «poco istruiti e tendono a svolgere lavori poco appetibili». Spesso occupando quelle caselle che le nostre imprese, nonostante tutto, faticano a riempire. E hanno anche un impatto favorevole sui conti pubblici, con un saldo positivo di 12 miliardi di euro secondo i dati 2009, gil ultimi disponibili. Perché è vero che in media uno straniero contribuisce meno di un italiano alle entrate pubbliche, fra imposte, tasse e contributi. Ma è anche vero che pesa di meno sulla spesa pubblica. Unica eccezione, non da poco, il costo dell’emergenza umanitaria. Tra soccorso in mare e accoglienza, l’impegno è passato dagli 828 milioni di euro del 2011 ai 2,6 miliardi del 2015. Per l’anno in corso la stima è di 3,3 miliardi. La vera emergenza è il Migration compact.

Lorenzo Salvia

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