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Inps: reddito minimo ai poveri con tagli ai pensionati agiati. No di Renzi

ROMA.
Intervenire a fondo sulle pensioni: «Non per cassa, ma per equità». È questo il titolo del documento che contiene le proposte dell’Inps sulle modifiche da apportare alla previdenza per renderla sostenibile ed equilibrata. Il piano è già stato presentato al governo all’inizio dell’estate, ieri l’istituto lo ha pubblicato sul suo sito.
Prevede sostegni agli over 55enni che hanno perso un lavoro e che non riescono a trovarne un altro, introduce la flessibilità in uscita (possibilità di lasciare il lavoro prima del previsto accettando una decurtazione dell’assegno) e chiede di togliere ai ricchi per dare ai poveri. O meglio di introdurre tagli a vitalizi e pensioni alte per finanziare i sostegni al reddito.
Un disegno complesso al quale il governo, in sostanza, ha già detto «no»: è costoso, di difficile realizzazione e potrebbe rovinare il clima di fiducia. Così ha commentato Matteo Renzi, intervistato da Bruno Vespa. «Noi paghiamo ogni anno 250 miliardi di euro di pensioni. Tagliamo lì? Io penso sia un errore – ha detto il premier – Alcuni correttivi proposti dall’Inps di Tito Boeri avevano un valore di equità: si sarebbe chiesto un con- tributo a chi ha avuto più di quanto versato. Non mi è sembrato il momento: dobbiamo dare fiducia agli italiani». E ancora: «Se metti le mani sulle pensioni di gente che prende 2.000 euro al mese, non è una manovra che dà serenità e fiducia. Per carità, magari è pure giusto a livello teorico. Ma la linea di questa legge è la fiducia, la fiducia, la fiducia. E dunque non si tagliano le pensioni».
Palazzo Chigi minimizza la polemica e fa sapere che la diffusione della proposta è stata concordata con l’Inps, ma in realtà qualche agitazione c’è . Dal ministero del Lavoro gli uomini di Poletti parlano di contributo «utile», ma sottolineando che il piano mette «le mani nel portafoglio a milioni di pensionati con costi sociali non indifferenti e non equi». Aspro anche il commento del ministro degli Interni Alfano: «Bisogna distinguere la demagogia dalle cose concrete» ha detto.
Il progetto Boeri, articolato in articoli e tabelle scende nel particolari della spesa pensionistica e spiega, per esempio, come «anche il 30 per cento della popolazione con i redditi più elevati benefici di istituti idealmente destinati solo alle fasce in disagio economico». Cinque miliardi sui quali intervenire.
Cuore della riforma proposta è l’istituzione di un reddito minimo di 500 euro al mese per famiglie disagiate con almeno un ultra 55enne. Una «inclusione attiva» per rimettere in piedi persone che molto difficilmente potranno riconquistare un posto fino al raggiungimento dell’età pensionabile. Misura da finanziare azzerando l’assistenza sociale per over 65enni di famiglia ricca (il “decalage” degli aiuti partirebbe dai 32 mila euro). L’Inps propone un riordino delle prestazioni assistenziali, parlando di «una cattiva selettività degli strumenti esistenti». E spiega: «Ci sono costi limitati a carico di circa 230.000 famiglie ad alto reddito appartenenti per lo più al 10 cento della popolazione» che si vedrebbero «ridurre trasferimenti assistenziali loro destinati».
Nel piano c’è anche un ricalcolo per pensioni d’oro e vitalizi. L’Inps prevede un prelievo sugli assegni superiori dieci volte al minimo (5 mila euro lordi al mese), attraverso un ricalcolo con il metodo contributivo. Per gli importi medio-alti (tra i 3.500 e i 5.000 euro lordi al mese) si ipotizza un congelamento. C’è anche una stangata sui vitalizi dei politici, sui quali è prevista l’applicazione tout court al contributivo dal primo gennaio 2016. Tra i potenziali perdenti « 250.000 percettori di pensioni elevate», chiarisce l’Istituto. A cui si aggiungerebbero «più di 4.000 percettori di vitalizi per cariche elettive».
Altro punto fondamentale la possibilità di uscita flessibile (misura sulla quale il governo dovrebbe intervenire l’anno prossimo). Il pratica il pensionamento diventerebbe possibile dai 63 anni e sette mesi, con una riduzione dell’assegno che si applica alla sola quota retributiva e che tende ad assottigliarsi nel corso del tempo. Secondo l’Inps il taglio medio non supererebbe il 11 per cento (ma l’uscita sarebbe consentita in presenza di un minimo di anzianità contributiva pari a venti anni e di un assegno non inferiore a 1.500 euro mensili).
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