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Innovazione Ue, Italia indietro

È una Italia ancora drammaticamente in ritardo quella che emerge da un rapporto della Commissione europea pubblicato ieri e tutto dedicato alla capacità dei paesi di innovare. Secondo la relazione, il nostro paese è tra gli innovatori moderati, insieme alla Grecia o all’Ungheria. Neppure a livello regionale, l’Italia riesce a fare sensibilmente meglio. Le regioni più brave in questo campo sono tutte nel Nord: il Friuli-Venezia Giulia, l’Emilia Romagna e il Piemonte.
Nel rapporto annuale della Commissione, i paesi dell’Unione sono divisi in quattro gruppi: i paesi leader (tra i quali c’è la Finlandia e la Germania), i paesi che tengono il passo (fra questi l’Austria e la Francia), i paesi innovatori moderati (che vede l’Italia in compagnia di stati dell’Europa orientale o meridionale), e i paesi in ritardo (tre in tutto: Bulgaria, Romania e Lettonia). «Le differenze sul piano della resa innovativa tra gli stati sono ancora considerevoli», avverte l’esecutivo comunitario.
Il rapporto della Commissione giunge in un momento delicato. L’economia italiana sta uscendo da una lunga recessione, e assistendo a una debole ripresa mentre al potere si sta insediando un nuovo governo. Il nuovo presidente del Consiglio Matteo Renzi ha promesso una rapida modernizzazione del tessuto economico.
Proprio oggi l’esecutivo comunitario pubblicherà un rapporto in cui punterà il dito contro le debolezze dell’economia italiana, a iniziare dall’elevato debito pubblico.
Secondo Bruxelles, l’Europa nel suo complesso sta colmando il divario con gli Stati Uniti e il Giappone nel settore dell’innovazione, ma molto lentamente. Secondo un indicatore della Commissione, la resa innovativa dell’Europa è pari a 0,630. In cima alla classifica sono la Corea del Sud (0,740) e gli Usa (0,736). Il grado di capacità di un paese a innovare viene misurato sulla base di 25 indicatori che spaziano dal numero di dottorati ai successi brevettuali, agli investimenti in ricerca e sviluppo.
In una conferenza stampa qui a Bruxelles, il commissario all’industria e vicepresidente della Commissione, Antonio Tajani, ha messo in luce i miglioramenti europei: «Il numero di nuovi marchi sta crescendo in modo spettacolare, sono ormai centomila all’anno». Ha aggiunto il commissario alla ricerca Máire Geoghegan-Quinn: «Con un bilancio di quasi 80 miliardi di euro per i prossimi sette anni, Orizzonte 2020, il nostro nuovo programma di ricerca, contribuirà a mantenere la spinta propulsiva».
La ricerca pubblicata ieri ha messo in luce il balzo del Portogallo, che pur rimanendo nel gruppo degli innovatori moderati ha fatto chiari progressi. L’Italia è l’unico paese del G-7 ad avere risultati inferiori alla media per la maggior parte degli indicatori. I punti deboli sono nella bassa presenza di dottorandi extraeuropei e nelle poche imprese innovative che collaborano con altre. I punti di forza si osservano nelle co-pubblicazioni scientifiche internazionali.
I motivi di questo ritardo italiano sono economici, politici e culturali. Giocano il livello elevato delle tasse e l’enorme debito pubblico che limitano lo spazio di manovra delle imprese e dello stato. Ma anche il clientelismo frena l’innovazione, preferendo la lealtà familistica alla capacità inventiva. In questo contesto, l’Italia conta tre regioni che tengono il passo (Friuli-Venezia Giulia, Piemonte ed Emilia-Romagna). Tutte le altre – comprese la Lombardia, il Veneto o il Lazio – innovano solo moderatamente.
Più in generale, la Commissione spiega che «un’analisi del periodo 2004-2010 indica che i risultati sul piano dell’innovazione sono migliorati nella maggior parte delle regioni europee (155 su 190). Per più della metà delle regioni (106) l’innovazione è progredita a un ritmo anche maggiore della media dell’Ue. Nello stesso tempo la resa innovativa è peggiorata in 35 regioni ripartite in 15 paesi. Per quattro regioni la resa è addirittura calata bruscamente, superando mediamente all’anno il -10%».

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