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Innovazione: tutti la vogliono, ma solo in pochi fanno davvero centro

Nelle strategie delle aziende italiane la voce «innovazione» si trova al primo posto. La competitività è direttamente proporzionale al rinnovamento e i manager ne sono consapevoli. Ma come trasformare una parola in qualcosa di concreto? Come si partorisce l’idea geniale capace di far decollare gli affari?
La formazione dei manager può rappresentare il punto di partenza: stimola la creatività in chi prende decisioni e dà gli strumenti per avviare un cambiamento che può portare al successo. Per il 29,4% dei colletti bianchi l’aggiornamento professionale rappresenta l’asso nella manica di chi è al comando, secondo un sondaggio di Wobi su un campione di 3.500 manager che hanno partecipato negli anni al World Business Forum di Milano. Al secondo posto c’è il networking (22,9%), seguito dal benchmarking (21,6%), dai social media (13,1%) e dalle partnership con altre organizzazioni (11,1%).
Certo, gli ostacoli per rinverdire le imprese non mancano (vedi burocrazia) e la paura di sbagliare frena gli slanci degli audaci. Risultato: l’approccio dei manager oggi è ancora poco focalizzato a innovare. Almeno ne è convinto il 40,4% degli intervistati. «Non bisogna innovare soltanto quando si è costretti dalla crisi, per risparmiare o per migliorare i processi in un periodo difficile — spiega Diego Gil, managing director Europe di Wobi che organizza il World Business Forum —. L’innovazione deve essere continua, anche quando si è già al top».
Le età
La fascia di età più creativa in ambito lavorativo è quella dai 30 ai 40 anni, per il 76,1% del campione, mentre gli under 30 conquistano la seconda posizione (16,9%), distaccati dai capi con i capelli bianchi: soltanto il 5,6% dei 40-50enni e l’1,4% dei 50-55enni è considerato incline a modificare lo status quo. «Se un manager ha un contratto di 6 mesi, non ha molte possibilità di pensare all’innovazione dell’azienda — precisa Gil —. È vero che il 70-80% dei manager riconosce di essere parte del problema, ma ha pure la consapevolezza di essere parte della soluzione e comunque vuole di mettersi in gioco. Non a caso, il numero degli iscritti all’evento formativo del World Business Forum di Milano (5-6 novembre al MICo, Milano Congressi, ndr), giunto alla decima edizione, è uguale a quello del 2008».
Eppure non siamo messi tanto male. L’industria italiana è capace di grandi exploit e ha brand riconosciuti in tutto il mondo, proprio per la loro inventiva. Infatti, nella classifica dei Paesi più innovativi e creativi, sempre secondo la ricerca, l’Italia si trova in ottava posizione. Sul podio: Usa, Corea e Giappone. Subito dopo si posizionano Cina, Brasile, India e Germania, mentre Inghilterra, Francia e Russia sono alle nostre spalle.
Tra i settori economici percepiti come più creativi e innovativi spiccano l’arredamento e il design (28,4%), la moda (25,7%) e il food & beverage (16,7%). In coda: turismo, banche e servizi finanziari.
I trend
«Nell’arredamento e nella moda abbiamo grandi imprenditori in grado di rinnovarsi continuamente — sottolinea Gil —. Si tratta di visionari che hanno saputo costruire grazie all’ingegno e le aziende portano il loro cognome. Come questi imprenditori, i dirigenti devono imparare a osare, a prendere rischi, sfidando i propri limiti per emergere. Non dobbiamo cambiare la cultura italiana di come muoversi negli affari, piuttosto dobbiamo cercare di arricchirla con una formazione manageriale di respiro internazionale e un approccio che trasformi le debolezze in punti di forza. Un punto di vista interessante è quello di Susan Cain che spiega il metodo per sfruttare la forza degli introversi per cambiare il modo di lavorare, trovando nuovi leader. A volte le persone che parlano più forte, che dominano la scena, non sono quelle in grado di proporre le idee migliori, per cui è importante ascoltare tutti, se si vuole puntare sulla creatività».
Ma quanto investono in innovazione le imprese italiane? Tra le aziende dei manager intervistati, il 38% investe fino al 2% del fatturato, il 21% dal 2 al 5%, un altro 21% usa dal 5 al 10% e l’11,3% va oltre il 10% di fatturato. Con questi capitali il 24,7% delle aziende ha migliorato prodotti e servizi esistenti, il 22,4% ha lanciato nuovi prodotti o ha modificato i processi interni ed esterni, mentre il 15,3% ha cambiato i canali di vendita. «Il dato preoccupante è quello di chi non ci crede — commenta Gil —. Dall’indagine risulta che l’8,5% delle aziende non fa alcun investimento in innovazione».

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