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Innovazione, scalata made in Italy

Il mondo non è pronto per la quarta rivoluzione industriale. L’impatto dell’industria 4.0 sta cambiando la natura della competitività, ma la maggioranza dei Paesi, davanti alle nuove sfide della digitalizzazione, rischia di crescere meno e perdere produttività.

È quanto emerge dal nuovo Rapporto sulla Competitività globale 2018 del World Economic Forum (Wef) che quest’anno ha aggiornato la metodologia, includendo tra i 60 nuovi indicatori (su 98 totali) anche fattori come la capacità di generare idee, la cultura imprenditoriale, l’agilità, e l’apertura, tanto più importante alla luce dell’escalation delle tensioni commerciali. Ma un ruolo di rilievo è svolto anche dalle politiche di ridistribuzione, le reti di sicurezza e l’investimento nel capitale umano.

Nella nuova mappa ben 103 economie su 140 segnano un punteggio uguale o inferiore a 50 punti, su un massimo di 100, per capacità di innovazione, che permette di tradurre le nuove idee in prodotti da commercializzare, anzi per molti di questi Paesi l’innovazione appare un freno. Il pericolo? «Un nuovo divario globale tra i Paesi che comprendono le trasformazioni innovative e quelli che non le capiscono», teme Kalus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del Wef.

Per la prima volta dal 2008 gli Stati Uniti (con 85,6 punti) occupano il primo posto in classifica. Nella top 10, tra le economie del G20 figurano la Germania (3° posto), il Giappone (5°) e il Regno Unito (8°), mentre l’Argentina è l’ultima del Club (81° posto). L’Europa nel suo insieme è meno competitiva del Sudest asiatico e del Pacifico. Con i Paesi nordici, guidati dalla Svezia, nel gruppo di testa.

L’Italia è al 31° posto, stabile se rileggessimo la classifica 2017 alla luce della nuova metodologia. Oltre ai punti di forza noti di sanità (al 6° posto assoluto) e dimensioni del mercato (al 12°), i suoi maggiori vantaggi competitivi sono l’innovazione (11° posto), in particolare cluster di eccellenza ben sviluppati, che figurano addirittura al quarto posto della mappa mondiale, e la qualità dei suoi istituti di ricerca (9° posto). Tra le aree da migliorare, invece, troviamo — e non è una sorpresa — le infrastrutture, in particolare la qualità delle strade, che sono al 54° posto; la qualità della manodopera che si ferma al 40° posto, ma addirittura giù fino al 104°, se si considera la formazione del personale; il dinamismo delle imprese (21); e la diversità della forza lavoro (137), uno dei nuovi indicatori che rendono più competitiva l’economia.

Giuliana Ferraino

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