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Innovazione digitale, investimenti avanti tutta

Dematerializzazione dei documenti, big data analytics ed erp (pianificazione delle risorse dell’impresa) sono i settori su cui puntano le aziende italiane che investono nell’innovazione digitale. Un comparto in crescita, per il terzo anno consecutivo, con un budget di spesa che nel 2019 aumenterà, mediamente, di un ulteriore 2,6%, con quattro aziende su dieci che hanno dichiarato di volere incrementare tale voce di bilancio.

Sono alcuni dei risultati scaturiti dalla ricerca degli osservatori Digital transformation academy e Startup intelligence della School of Management del Politecnico di Milano. L’indagine, condotta in collaborazione con PoliHub, si è basata sulle risposte di 250 tra chief innovation officer e chief information officer e 45 interviste dirette che hanno permesso di fotografare gli scenari che caratterizzano l’innovazione digitale nelle imprese italiane. In particolare, il focus ha posto i riflettori sui livelli di adozione di nuovi modelli per gestire l’innovazione e sull’evoluzione delle collaborazioni tra startup e aziende. In tal senso, il 33% delle imprese ha già in atto iniziative di open innovation, ossia modelli di business partecipativi aperti a startup, centri di ricerca e aziende non concorrenti; il 24% ha in programma di realizzarle a breve. «Incrementare le risorse dedicate all’innovazione non è sufficiente», sottolinea Mariano Corso, responsabile scientifico dell’osservatorio Digital transformation academy, «per gestire la velocità e la pervasività con cui il digitale sta rivoluzionando ogni settore e attività professionale, è necessario ripensare completamente i propri modelli di business, sperimentando nuove forme organizzative che coinvolgano tutte le linee di business. Le imprese più lungimiranti si stanno attrezzando».

Rivisitare la cultura aziendale. Il mercato dell’innovazione digitale è trainato dalle grandi imprese che mostrano un incremento medio del 4,8%, seguite dalle medie (+3,2%) e dalle grandissime imprese (+1,9%).

Il report sottolinea che «la gestione dell’innovazione digitale è ancora un processo complesso e spesso è la stessa cultura aziendale l’ostacolo più difficile da superare». Quindi, la principale sfida organizzativa è rappresentata, per il 55% del panel, dallo sviluppo di strutture, ruoli e meccanismi di coordinamento che coinvolgono le diverse direzioni. Per migliorare tali profili, il 60% delle imprese ha già avviato iniziative per favorire l’attitudine imprenditoriale dell’organizzazione, per esempio sensibilizzare i manager a stili di leadership indirizzati all’accettazione del rischio e dell’errore, formare su temi quali la gestione creativa e percorsi di formazione per stimolare l’innovazione fra i dipendenti.

Apertura verso l’esterno. Per quanto riguarda i processi di open innovation, l’osservatorio ricorda che «la rivoluzione digitale impone nuovi modelli di business aperti e partecipativi e le imprese ricercano spunti di innovazione da nuovi interlocutori come startup, centri di ricerca, clienti guida e aziende non concorrenti che si affiancano a quelli tradizionali».

In tale direzione, il rapporto distingue tra le operazioni finalizzate a incorporare stimoli esterni all’interno dei processi (inbound open innovation o outside – in) e il modello che esporta stimoli di innovazione interna (outbound open innovation o inside – out). Nel primo caso, il 66% del panel sviluppa collaborazioni con università e centri di ricerca, il 46% svolge azioni di partner scouting su imprese consolidate, il 43% fa attività di startup intelligence. E ancora, è significativa la percentuale che promuove call4ideas, startup o contest (29%). In fondo alle preferenze si piazzano il crowdsourcing (8%) e i corporate venture capital per entrare nell’equity di iniziative imprenditoriali (5%).

Nel secondo caso, si tratta di attività molto meno diffuse, avviate soltanto dall’11% del panel. In generale, si tratta di «iniziative prevalentemente affrontate con pragmatismo e grande prudenza e, nella maggior parte dei casi, si registra un approccio estemporaneo dal quale stenta ancora ad emergere una reale azione sistematica», spiega Stefano Mainetti, responsabile scientifico dell’osservatorio Startup Intelligence e ceo di PoliHub, «le aziende stanno oggi sperimentando l’utilizzo di un ampio spettro di azioni di inbound open innovation, con una predilezione per le attività più tradizionali e consolidate, che implicano minori investimenti e rischi, ma anche risultati di minore impatto. Nel caso dell’outbound, invece, le imprese tendono a utilizzare quelle azioni che consentono di mantenere internamente la proprietà intellettuale o che favoriscono la riduzione del rischio imprenditoriale». Secondo i risultati pubblicati dall’osservatorio, più della metà delle aziende intervistate guarda all’ecosistema delle startup come fonte alternativa per lo sviluppo di innovazione digitale. In particolare, il 33% delle imprese oggi ha collaborazioni già attive con startup e il 21% ha intenzione di avviarne a breve. La percentuale di collaborazioni attive aumenta, notevolmente, fra le grandissime imprese (57%), mentre scende fra le medie (14%), anche se il 18% ha manifestato l’interesse a farlo in futuro. «La strada per avviare in modo efficace collaborazioni con startup è disseminata di ostacoli e non tutte le imprese decidono di percorrerla», sostiene Alessandra Luksch, direttore degli osservatori Digital transformation academy e Startup Intelligence, «ma l’interesse per queste realtà rimane alto per la possibilità di spunti di innovazione, l’apporto di una nuova cultura imprenditoriale e di modalità di lavoro più agili».

Antonio Longo

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