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Inizia l’era Tononi, Mps pronta al matrimonio

Anche se l’insediamento al vertice di Banca Mps avverrà in occasione del prossimo Cda, in programma martedì 22 settembre, a Siena da ieri è iniziata formalmente l’era di Massimo Tononi. Quella che, secondo le indicazioni della Bce, porterà al matrimonio del gruppo di Rocca Salimbeni con un’altra banca. «Un piano B non c’è, rispetto a questo scenario di aggregazione», ha commentato l’ad Fabrizio Viola, durante l’assemblea degli azionisti che ha nominato Tononi in cda, eleggendolo presidente al posto del dimissionario Alessandro Profumo su indicazione del fronte dei pattisti, composto da Fondazione Mps, Fintech e Btg Pactual.
La vera partita comincia ora. Spazzata via l’anomalia senese, quella che consentiva alla Fondazione di controllare più del 50% del capitale della terza banca del Paese (oggi la quota è intorno all’1,5%); rimessa in carreggiata la macchina operativa del gruppo a costo di pesanti sacrifici, soprattutto a carico dei dipendenti, con il ritorno all’utile (193,6 milioni nei primi sei mesi dell’anno, contro la perdita di 353 milioni del 2014) e con una nuova solidità patrimoniale (Cet1 al 10,7%), la banca più antica del mondo ha le carte in regola per contribuire a disegnare il proprio futuro e non soltanto a subirlo. «Il dossier per l’aggregazione o la fusione con un altro istituto sarà il primo sul tavolo del nuovo presidente», conferma Marcello Clarich, numero uno della Fondazione Mps.

Tononi, curriculum alla mano, si presenta con la forza e la convinzione del manager giusto al posto giusto. L’età (51 anni) e l’esperienza maturata al vertice di Borsa italiana, incarico che ricopriva dal 2011 e che ha lasciato per andare a Siena, così come il lavoro all’Iri sotto la presidenza di Romano Prodi e in occasione del secondo Governo guidato dal professore bolognese (di cui nel 2006 è stato sottosegretario all’Economia), ma soprattutto gli anni passati in Goldman Sachs, dove si è occupato proprio di acquisizioni e fusioni internazionali dalla sede di Londra, fanno del banchiere trentino (approdato in Toscana, in curiosa e probabilmente fortunata coincidenza con il triestino Clarich) il dominus di un difficile equilibrio da ritrovare, che vede attori la Bce e gli azionisti del Monte, a cominciare dai pattisti, ma anche la città di Siena, forse rassegnata ad aver perso la propria gallina dalle uova d’oro però determinata a fare di tutto per mantenere la sede dell’istituto di credito a Rocca Salimbeni.

Clarich, la cui eventuale sintonia con Tononi potrà giocare a favore del buon esito della partita, ha già detto di «non vedere la fila di pretendenti» alla mano della banca senese, ma è comunque convinto che, una volta confermata la diagnosi della Bce, la strada sia comunque tracciata e dunque vada percorsa fino in fondo. La Fondazione Mps, alla cui guida è da poco arrivato come direttore generale Davide Usai, ha impegnato in azioni Mps solo il 15% del proprio capitale residuo. E, ovviamente, si aspetta un ritorno alla remunerazione in tempi i più rapidi possibile. Ancora di più, però, guardano al portafoglio i fondi entrati poco più di un anno fa, Fintech e Btg Pactual, che fin qui hanno messo circa un miliardo dentro Mps, tra l’acquisto iniziale del 6% (4,5% Fintech, 2% Btg) e la sottoscrizione pro quota dei due aumenti di capitale, quello da 5 miliardi del 2014 e quello da 3 miliardi di quest’anno: logico che guardino con interesse a una possibile valorizzazione del loro investimento.
L’assemblea di ieri, con la nomina di Tononi e i ringraziamenti non formali di Clarich e Viola all’ormai lontano Profumo (l’assise è stata gestita dal vice presidente, Roberto Isolani), è servita anche a confermare la posizione di semplice socio finanziario del ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha il 4% di Mps (ha ricevuto le azioni in conto pagamento degli interessi maturati sui Monti bond e ieri, pur rappresentato da Stefano Di Stefano, non ha partecipato al voto), e l’ingresso nel capitale con poco più del 2% della People bank of China: come dire che se lo Stato si prepara a uscire, passo che del resto gli chiede Bruxelles, qualche operatore internazionale di peso guarda verso Siena con interesse. Le candidature più gettonate per un’aggregazione con il Monte, restano però quelle con targa francese e spagnola.
«Anche se a breve non si concretizzerà l’aggregazione, sappiamo cosa fare», ha detto Viola agli azionisti. «Continueremo a lavorare al piano industriale e alle opzioni strategiche che contiene», ha continuato. Da Viola è arrivata la conferma che i colloqui con Nomura per chiudere la vicenda della ristrutturazione del derivato Alexandria «sono in corso e vanno avanti», così come Mps «sta valutando se aumentare i 5 miliardi di crediti in sofferenza da mettere sul mercato», previsti dal piano industriale. «La banca non è ferma, ma cammina – dice Viola – e vogliamo allungare il passo, in modo da essere ancora più in forma quando si presenterà l’occasione per realizzare un’aggregazione». Ma questo è un capitolo ancora tutto da scrivere.

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