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“Noi inglesi vicini all’intesa con la Ue Ma l’ultimo passo adesso spetta a voi”

L’accordo è possibile. La Gran Bretagna ha mostrato flessibilità, ora tocca all’Europa.
La palla per costruire una nuova alleanza è nel vostro campo». A 44 anni, deputato da una legislatura e mezza, ministro da appena due mesi, Dominic Raab si trova a giocare la partita della vita. Nel negoziato sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è arrivato “il momento della verità”, come titola il Financial Times: entro novembre si decide tutto. E il nuovo “Mr.
Brexit” è convinto di potercela fare.
Questa è la sua prima intervista alla stampa europea: che messaggio ha per i governi e i popoli del continente?
«Siamo vecchi amici e vogliamo una nuova alleanza. La Brexit è un passaggio difficile ma dobbiamo concentrarci, con ambizione e pragmatismo, su quello che abbiamo in comune. Alla ricerca di un accordo in cui vincono tutti e non perde nessuno, nell’interesse dei cittadini e delle imprese, non della politica e dei politicanti».
Theresa May porterà nuove concessioni al summit Ue di questa settimana a Salisburgo?
«Abbiamo già fatto molti compromessi, ne sono la prova le polemiche nel nostro Paese. Io stesso non sarei al mio posto se non ci fossero state tensioni. Noi crediamo di avere dimostrato flessibilità. Ora ci aspettiamo che la dimostri anche la Ue. La palla in un certo senso è nel vostro campo».
Vi pare che Angela Merkel stia appoggiando di più le vostre richieste?
«Io tratto con Michel Barnier, il capo negoziatore europeo, ma certo conta anche il punto di vista dei 27 governi Ue. Diamo il benvenuto a tutti i segnali positivi. Tenendo presente che le parole aiutano ma ora servono i fatti».
Se la Germania è il poliziotto buono, la Francia interpreta invece il poliziotto cattivo nei vostri confronti?
«Non rivelerò il nostro Paese europeo preferito!».
La questione irlandese è l’ultimo ostacolo: sembrava insuperabile, di colpo appare invece risolvibile?
«È possibile una soluzione ad alta tecnologia, che tenga il confine aperto senza separare l’Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito.
Nessun partito permetterà che un accordo con la Ue divida il nostro Paese. Ma vogliamo al contempo rispettare gli accordi che hanno portato la pace a Belfast e non erigere nuovi muri».
Quanto è reale il rischio di un “no deal”, un’uscita della Gran Bretagna dalla Ue senza accordi?
«Noi vogliamo uscire con un accordo di stretta partnership. I piani contingenti per il no deal vanno fatti anche in vista del voto del nostro parlamento, che dovrà scegliere appunto fra i due diversi scenari: accordo o no deal, rendendosi ben conto delle conseguenze di una bocciatura dell’accordo».
Basteranno dieci franchi tiratori fra i Tories, e ce ne sono già 40 che minacciano di votare contro, e l’accordo fallirà.
«Finora abbiamo perso un solo voto sulla Brexit. Siamo fiduciosi che alla fine i deputati faranno una scelta giusta e responsabile».
C’è anche un’altra possibilità: un secondo referendum per chiamare il popolo a decidere fra la Brexit concordata dal vostro governo e rimanere nella Ue.
«Il governo è contrario. E a parte i liberal-democratici, nessun partito è ancora ufficialmente favorevole al secondo referendum, nemmeno il Labour. Comunque non ci sarebbe il tempo di organizzarlo entro marzo (la data prevista per la conclusione del negoziato, ndr.) ».
Che cosa risponde a Boris Johnson, che descrive il vostro piano per la Brexit come un incidente stradale?
«Boris ha le sue idee, ma la verità è che nessuno ha presentato finora un’alternativa credibile al nostro piano: non i dissidenti interni in Gran Bretagna e nemmeno l’Unione europea. L’ipotesi su cui lavorare esiste. Si tratta di andare avanti e portarla al traguardo. Possiamo farcela. Ci siamo vicini».

Enrico Franceschini

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