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Infrastrutture digitali e hi-tech: la corsa che non possiamo perdere

E’ drammatico dover constatare che una tragedia come quella del coronavirus ci abbia costretto a un corso accelerato di alfabetizzazione alle nuove tecnologie. Il digitale quella finestra sul mondo spesso invocata, altrettanto spesso poco sopportata dai resistenti al cambiamento, è diventato la chiave di volta per tenere accesi i motori del Paese.

Per alcuni la tecnologia è stata il modo per non interrompere una quotidianità difficile a riorganizzarsi, ognuno chiuso nella sua casa o nel suo ufficio. Ma per altrettanta parte dell’Italia è significato constatare come quanto quei richiami ricorrenti alla necessità di infrastrutture, di «autostrade digitali» siano rimasti inascoltati in passato. Una prima lezione che ci dovremo portare nel «dopo» sin da subito.

Ci sono zone del Paese dove si è saltati dalle telefonate alle video chiamate, dalle lezioni frontali in scuole e università all’e-learning, dal lavoro al lavoro agile o smartworking. Ma non certo tutte. Un balzo tecnologico al quale ci stavamo preparando con troppa lentezza. In questa Italia divisa tra chi ha a disposizione una connessione veloce e chi invece è costretto nel recinto di collegamenti inefficaci anche solo per una videochiamata, è emersa di colpo la poca utilità di tutti quei dibattiti sulle infrastrutture che pure hanno diviso e dilaniato nei mesi e negli anni scorsi la politica, le imprese e i decisori politici. Appaiono oggi fuori tempo e fuori luogo discussioni che ponevano l’alternativa tra rete unica a banda larga unica o più reti. L’Italia aveva e oggi più che mai ha bisogno di connessioni veloci non parole.

In passato ci si è arrivati a chiedere persino della validità di investimenti in fibra ottica. Come quelli che hanno portato alla nascita di Open Fiber (la società partecipata dalla Cassa depositi ed Enel e che vende ad altre aziende), impegnata nel portare a casa dei cittadini i cavi ottici per collegamenti a un Giga (1000 Mbps: un film si scarica in meno di 30 secondi). Quella stessa società che ha vinto le gare per far arrivare connessioni veloci via fibra ottica a famiglie e imprese nelle aree bianche; zone brutalmente dette a «fallimento di mercato», dove altri operatori non vanno perché poco convenienti.

Il Digital european services index (Desi), l’indice che traccia i progressi digitali dei Paesi membri della Ue, ci restituisce purtroppo una fotografia non molto esaltante della nostra Italia. E’ vero che l’ultimo disponibile risale al 2018 e che è sperabile che nel frattempo si siano fatti passi in avanti, proprio grazie agli investimenti in infrastrutture, ma è una dato di fatto che due anni fa erano soltanto il 10% le famiglie italiane che disponevano di un collegamento ad alta velocità di almeno 100 Mbps.

Il 100 Mbps è quel livello che garantisce la sicura possibilità di ricevere programmi televisivi, e che in questi giorni permette di effettuare collegamenti video con più persone senza cadute o la cosiddetta «latenza», ritardo nel ricevere e trasmettere dati o voce. E che permette il veloce «download» (lo scaricare documenti) o l’”upload” (caricare documenti), primi passi senza i quali per un’impresa lavorare da remoto o in smartworking è impossibile.

La Spagna vedeva, sempre nel 2018, il 30% di famiglie che avevano nella disponibilità quella velocità. Non solo. Il dato che indicava nel 60% la media delle case che in Europa avevano a disposizione almeno una delle offerte di banda ultraveloce, registrava l’Italia agli ultimi posti con il 24%.

Se in questi due anni abbiamo fatti salti in avanti da quelle percentuali è perché si è continuato a investire. C’è chi lo ha fatto sull’innovativo 5g per il mobile; e chi sull’altrettanto innovativa e stabile fibra ottica. Reti la cui combinazione può moltiplicare l’uso e lo sviluppo delle nuove tecnologie. Utili ai cittadini e alle imprese. A quelle imprese che nel dopo emergenza non potranno contare su una mobilità estesa, che dovranno usare il lavoro da remoto in modo massiccio.

Se non ci fossero stati quegli investimenti quanta arretratezza avremmo accumulato? Per di più nelle zone che maggiormente hanno bisogno della scommessa digitale per recuperare il gap con le aree più sviluppate. Se oggi le reti stanno tenendo è anche perché si è tirato diritto sulle infrastrutture. Se si sono potuti sopportare sollecitazioni sotto forma di aumenti di richiesta di banda larga che in qualche caso sono arrivati al 300% come nel caso di Open Fiber, è perché la necessità di digitalizzazione è stata considerata a suo tempo un’emergenza.

Un’altra emergenza purtroppo ben più drammatica, quella sanitaria, sta facendo tabula rasa delle ideologie. In tanti che hanno preferito disquisire sulla necessità di infrastrutture, sul rischio doppioni, dovranno ripensare a quanto gli slogan abbiano prevalso sui fatti. Se c’è una lezione che l’Italia deve portarsi dietro in questi mesi tragici, soprattutto pensando al dopo, è che chiunque voglia spendere soldi per costruire ciò che abilita comunicazioni, scambi, commerci, connessioni, in una parola infrastrutture digitali deve trovare ascolto non ostacoli.

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