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Informazione adeguata per i controlli a distanza

La norma che riscrive l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori «non liberalizza i controlli», ma fa chiarezza sul concetto di «strumenti di controllo a distanza» e sulle «modalità di utilizzo dei dati raccolti attraverso questi strumenti», in linea con le indicazioni del Garante della privacy.
È il ministero del Lavoro a chiarire, con una nota, la portata della disposizione contenuta nel Dlgs sulle semplificazioni, trasmesso mercoledì alle Camere, e attaccato duramente dai sindacati.
La nuova formulazione dell’articolo 4 dello Statuto, spiegano dal dicastero di Via Veneto, prevede, analogamente alla norma originaria, che gli strumenti di controllo a distanza, dai quali derivi anche la possibilità di controllo dei lavoratori, possono essere installati «esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale; ed esclusivamente previo accordo sindacale o, in assenza, previa autorizzazione della direzione territoriale del Lavoro o del ministero».
La novità è che la disposizione chiarisce che non possono essere considerati «strumenti di controllo a distanza» gli strumenti che vengono assegnati al lavoratore «per rendere la prestazione lavorativa» (una volta si sarebbero chiamati gli “attrezzi di lavoro”), come pc, tablet e cellulari aziendali. L’espressione «per rendere la prestazione lavorativa» comporta quindi che l’accordo o l’autorizzazione non servono, aggiunge il ministero, ma «se, e nella misura in cui, lo strumento viene considerato quale mezzo che serve al lavoratore per adempiere la prestazione».
Cosa significa? Che, nel momento in cui tale strumento viene modificato (per esempio, con l’aggiunta di appositi software di localizzazione o filtraggio) per controllare il lavoratore, si fuoriesce dall’ambito della disposizione: in tal caso, da strumento che serve al lavoratore, il pc, il tablet o il cellulare aziendale divengono strumenti che servono al datore per controllare la prestazione, con la conseguenza che queste “modifiche” possono avvenire solo se ricorrono particolari esigenze e con l’accordo sindacale o l’autorizzazione ministeriale.
«Non c’è nessun grande fratello», commenta il ministro, Giuliano Poletti. Ma Susanna Camusso (Cgil) continua a parlare di «abuso del diritto e di spionaggio nei confronti dei lavoratori». Anche l’Anm, l’Associazione nazionale magistrati, accende un faro: «La norma sui controlli sarà materia che come giudici dovremo valutare alla luce della compatibilità delle norme Ue». Il ministero del Lavoro è convinto che la disposizione sia di maggior tutela: «Al lavoratore va data adeguata informazione sulla strumentazione e sulle modalità di effettuazione dei controlli». Se ciò non avviene, «i dati raccolti non sono utilizzabili a nessun fine, nemmeno a fini disciplinari».
Ieri intanto in Commissione Lavoro alla Camera è terminato l’esame degli emendamenti al Dl pensioni. Tra le novità approvate, vengono incrementate di 220 milioni le risorse destinate ai contratti di solidarietà (70 milioni a quelli di tipo B e 150 a quelli di tipo A). Rispetto alla somma iniziale di 70 milioni, si arriva quindi a 290 milioni. Mentre con un’altra proposta di modifica del governo, che recepisce le richieste della commissione, viene sterilizzato l’effetto negativo che avrebbe avuto la riduzione del Pil nel 2014 sulle rivalutazioni. Il costo dell’operazione dovrebbe essere di circa 40 milioni.

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