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Inflazione Usa al 4,2%, ai massimi dal 2008

L’inflazione statunitense, spinta dall’uscita dell’economia dalla morsa del coronavirus e da tensioni nella supply chain, accelera bruscamente in aprile. L’indice dei prezzi al consumo si è impennato del 4,2% dall’anno scorso, l’aumento maggiore dal 2008. Trainato da rincari generalizzati, dalla benzina alle auto usate, ha superato sia le attese, ferme al 3,6%, che il 2,6% riportato a marzo. Anche escludendo le componenti più volatili, energia e alimentari, i prezzi “core” sono balzati del 3 per cento. E solo rispetto a marzo l’indice è lievitato dello 0,8%, contro lo 0,2% pronosticato, e dello 0,9% nel “core” (a fronte dello 0,3% stimato).

Wall Street, reduce da record e tuttora vicina ai massimi, ha reagito alla fiammata nel Consumer price index con ritirate, nel timore che la Federal Reserve sia costretta prima del previsto a innestare retromarce negli stimoli economici per imbrigliare i prezzi. Il Nasdaq, patria di aziende tech che contando su forte crescita futura sono più sensibili allo spettro dell’inflazione, è scivolato in mattinata di oltre il 2%; il Dow Jones ha ceduto oltre l’1% e ancora di più l’S&P 500, che dal record di venerdì scorso, il 26esimo da inizio gennaio, ha bruciato il 3 per cento. Il rischio inflazione ha scosso la piazza obbligazionaria: i titoli decennali del Tesoro hanno visto rendimenti lievitare all’1,684% dall’1,623. Il dollaro ha guadagnato sull’euro.

La Fed ha tuttavia sfoderato un nuovo massaggio rassicurante. Il vice chairman Richard Clarida, braccio destro di Jerome Powell, ha affermato che «è probabile che questi aumenti una tantum nei prezzi abbiano solo effetti transitori sull’inflazione sottostante». Da un simposio della National Association for Business Economics, ha citato l’impatto momentaneo di fattori statistici e strozzature in alcuni settori. «Prevedo che l’inflazione ritorni al nostro obiettivo di lungo periodo del 2% – o leggermente sopra – nel 2022 e 2023», ha aggiunto. Un esito coerente «con linee guida adottate nell’agosto 2020», un modello che tollera fasi di prezzi sopra il 2% dopo periodi depressi. E schiacciati erano sicuramente i prezzi nell’aprile 2020, dai lockdown. Un confronto che ha gonfiato l’incremento di aprile e può influenzare i prossimi mesi. La Fed, inoltre, utilizza quale misura dell’inflazione un indice legato alle spese personali e spesso più moderato dei prezzi al consumo.

La calma della Fed – e la tesi che i rincari odierni non si rivelino duraturi – ha trovato finora credito nei sondaggi tra gli economisti, che in media vedono frenate dell’inflazione al 2,6% entro dicembre. Ma si scontra adesso con influenti dissensi, che filtrano al di là dei mercati. «La questione se l’inflazione sia temporanea o più persistente dipende dalla traiettoria della domanda aggregata», ha ammonito Mickey Levy di Berenberg. «Se rimane forte dopo la riapertura dell’economia, come mi aspetto, in presenza di stimoli fiscali e di politica monetaria senza precedenti le pressioni inflazionistiche aumenteranno assieme ai costi di produzione e il business avrà la flessibilità di alzare i prezzi». Il Pil Usa appare destinato a una crescita dell’8,1% nel secondo trimestre dopo il 6,4% del primo, in vista di un 2021 senza precedenti da inizio anni Ottanta. In questo quadro, «la capacità della Fed di gestire le aspettative inflazionistiche verrà messa alla prova». E Levy prevede che dall’estate dovrà «cambiare tono», quantomeno segnalando l’inizio d’un tapering, d’una riduzione negli acquisti di asset che oggi mantiene accanto a tassi d’interesse a zero.

A complicare le diagnosi sono segnali tuttora difficili da interpretare. Sondaggi tra le piccole imprese hanno mostrato che già il 36% ha alzato i prezzi il mese scorso. E colossi della Corporate America quali Procter & Gamble hanno promesso rincari da settembre. La supply chain, di sicuro, è sotto assedio al cospetto di un boom della domanda per il disgelo economico e carenze di produzione e offerta, da materie prime fino a microchip. La débâcle nei semiconduttori è tale che le case auto potrebbero dover rinunciare ad assemblare quest’anno milioni di veicoli.

Sul mercato del lavoro affiorano intanto potenziali carenze di manodopera (record di posti vacanti a marzo) e pressioni salariali, ma men che certe. Aprile ha portato alla ribalta le ripercussioni almeno nell’immediato di simili squilibri. L’energia ha mostrato rincari del 25%, con picchi del 49,6% nella benzina. E auto e autocarri usati, un barometro particolarmente sensibile, sono lievitati del 21%.

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