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Inflazione, tassi e politica Fed frenano la caduta del dollaro

Regna una calma apparente sul mercato valutario. Come se gli operatori intravedessero all’orizzonte dei mutamenti significativi che ancora faticano a prendere forma. I riflettori sono tutti puntati sulla Fed, la banca centrale Usa. Il simbolo di questo clima di attesa è il cross euro-dollaro, che da solo rappresenta oltre il 20% del mercato dei cambi. Le quotazioni si muovono poco sotto 1,20. Dallo scoppio della pandemia l’euro è salito in maniera significativa rivedendo i massimi da quasi tre anni poi da inizio 2021 è iniziata una fase di consolidamento che potrebbe preludere a un cambiamento di paradigma, rispetto al recente passato. Su un punto gli osservatori sono d’accordo: difficile che nei prossimi mesi il dollaro si deprezzi come è avvenuto nel 2020. L’economia Usa farà decisamente meglio dell’Europa nel 2021 e questo significa inflazione e rendimenti più alti.

Per capire i possibili sviluppi futuri bisogna riavvolgere il nastro. «Dall’estate scorsa – spiega Andrea Delitala, Head of Investment Advisory di Pictet Am – la Fed ha fatto capire che il suo doppio mandato su stabilità dei prezzi e crescita è chiaramente sbilanciato su quest’ultima almeno finché non sarà scongiurato il rischio di cicatrici permanenti al potenziale produttivo. In questa cornice, quando l’output gap sarà chiuso, o forse anche prima, un tema cruciale per il mercato sarà l’exit strategy, nella sequenza prevista di tapering (riduzione, ndr) degli acquisti di titoli seguito da liftoff (rialzo, ndr) dei tassi». Non si sa quando questo accadrà, ma il mercato come sempre gioca d’anticipo. La novità più importante è che negli Stati Uniti si è riaccesa l’inflazione, i rendimenti del T-note decennale sono balzati all’1,7% (con il Bund in negativo) e il dollaro si è rianimato. La politica ultra-accomodante della banca centrale, che ha favorito l’indebolimento del biglietto verde, non può durare all’infinito.

Nel recente passato il dollaro si è apprezzato soprattutto nelle fasi di fuga dal rischio. «Quando la propensione al rischio è alta – sottolinea Ida Pagnottella, consulente finanziario autonomo – il dollaro tende a deprezzarsi, al contrario quando scoppiano crisi improvvise c’è una corsa a ricoprirsi in dollari e il biglietto verde si apprezza come è accaduto nel recente caso Archegos. La priorità della Fed è salvaguardare il sistema bancario ed evitare default a catena a livello sistemico. È normale che quando la speculazione diventa insostenibile alcuni crack possono essere fisiologici per riportare un certo equilibrio». Il ritorno dell’inflazione potrebbe avviare una normalizzazione anche per il biglietto verde, rompendo lo schema del passato.

«Il rialzo dei rendimenti dei Treasury – spiega Saverio Berlinzani, trader indipendente e consulente sul mercato valutario – fanno prospettare un rialzo dei tassi e la Fed sarà una delle prime banche centrali a ritoccarli all’insù, anche se non subito. Questo in prospettiva potrebbe cambiare lo status del dollaro, da valuta rifugio come è avvenuto negli ultimi anni a valuta di investimento grazie ai titoli di stato che diventano più attrattivi. Questo fattore impedirà nel medio termine al dollaro di deprezzarsi eccessivamente. Penso che fino al prossimo autunno vedremo un trading range tra le due valute mentre dall’autunno e soprattutto da inizio 2022 l’effetto del nuovo status del dollaro potrebbe farsi sentire. Un dollaro più forte fa comodo anche alla Bce, con l’economia che si muove più a rilento rispetto a Usa e Cina».

La maggiore attenzione della Fed al fattore crescita, a discapito della stabilità dei prezzi, ha messo pressione ai prezzi dei bond. L’1,7% è ancora un rendimento storicamente basso per il decennale ma il trend è in corsa. «Ci sono due modi di base – conclude Pagnottella – per reprimere i tassi di interesse. O il controllo della curva attraverso l’acquisto di bond, in questo caso viene immessa liquidità senza fine con il rischio di alta inflazione. L’azionario ne trae giovamento. Non credo sarà la strada percorsa dalla Fed. L’altra via sarebbe quella di imporre controlli indiretti sui tassi imponendo a fondi pensione e assicurazioni di comprare titoli di stato a scapito dell’equity». La banca centrale Usa vorrà evitare di trovarsi di fronte a questo bivio. Intanto nel 2021 l’emissione di Treasury potrebbe raggiungere il livello record di 4.000 miliardi. Per rendere questa carta appetibile i rendimenti devono essere interessanti con la valuta che non si deve deprezzare troppo, soprattutto per chi compra dall’estero. E il peso del dollaro si muove sotto il 60% nelle riserve valutarie internazionali. Una bella sfida quella di mantenere lo status di divisa globale.

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