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Inflazione mai così bassa dal 2009

A marzo i prezzi rallentano ancora: sia in Italia, dove sono cresciuti dello 0,4% annuo (+0,3% l’indice armonizzato con la Uem) sia in Eurolandia, dove l’inflazione si è fermata ai minimi da quattro anni allo 0,5%. Per la Banca centrale europea, che si riunisce giovedì, il compito di riportare i prezzi verso il 2% diventa sempre più difficile.
La dinamica dei prezzi sembra animata da spinte parzialmente analoghe sia in Italia che nella più ampia Eurolandia. Continuano a calare i prezzi dell’energia (-3,7% armonizzato in Italia, -2,1% in Europa a causa di fattori statistici ma anche di un inverno relativamente mite, oltre che alla flessione del Gpl italiano) ma questo fenomeno non spiega tutta la lentezza del costo della vita. Escludendo l’energia, l’inflazione è comunque pari a un bassissimo 0,7% armonizzato in Italia e 0,8% in Eurolandia.
Analogamente, il costo dei servizi è aumentato con una relativa rapidità rispetto ai prezzi di altri beni, sia pure con un rallentamento rispetto ai mesi precedenti: +0,9% armonizzato in Italia (+1% l’indice nazionale Nic), e +1,1% in Eurolandia. L’Istat segnala gli incrementi dei prezzi di servizi sanitari, istruzione e servizi della casa, mentre Eurostat non fornisce, nei dati provvisori di fine mese, un dettaglio altrettanto articolato.
Le differenze tra Italia ed Eurolandia emergono innanzitutto a proposito dei beni alimentari (+0,3% armonizzato e +0,7% nazionale nel nostro paese, + 1% nell’Unione monetaria). Questo rende l’inflazione di fondo, core, che esclude i prezzi di energia, alimentari e tabacchi – non aggredibili con le leve della politica monetaria – più veloce in Italia (+0,9%) che in Eurolandia (+0,8%). Così come sono più veloci nel nostro Paese (+0,6%) rispetto a Eurolandia (+0,3%) i prezzi dei beni industriali non energetici.
È proprio qui che emergono i veri problemi: dell’Italia, dell’Eurozona e della Banca centrale europea che è chiamata a risolverli. Un’inflazione allo 0,5% preoccupa perché avvicina la zona dei prezzi negativi, in cui è già ripiombata la Spagna, e quindi lo spettro della deflazione. Non basta il segno meno perché si abbia vera deflazione, ma il rischio diventa meno teorico.
Decisamente concreto è un altro pericolo: quello che diventi difficile e doloroso il riequilibrio tra le economie di Eurolandia. Simile a un sistema a cambi fissi, l’Unione monetaria sostituisce alla svalutazione della moneta nazionale quella di prezzi e salari, che devono essere più lenti nei paesi in difficoltà e più veloci in quelli in ripresa. Con un’inflazione tedesca allo 0,9%, però, a un’economia come quella spagnola non resta che avere una dinamica dei prezzi del -0,2% per poter vendere i beni esportati. L’Italia con il suo 0,3% armonizzato ha un vantaggio, rispetto alla Germania e alla media di Eurolandia, decisamente piccolo. Se si tiene conto che la parte maggiore – anche se in calo – della concorrenza internazionale si concentra sui beni industriali, il +0,6% italiano contro un +0,3% dell’Unione e soprattutto contro un +0,9% (non armonizzato) stimabile dai primi dati provvisori tedeschi indica una differenza davvero sottile nella creazione di competitività dei prezzi industriali che non scompare se valutata – come è più corretto – in un orizzonte temporale più lungo. La Bce, sulla base dell’inflazione complessiva di febbraio, calcola inoltre che l’indice di competitività italiano sia peggiorato in un anno dell’1,7% e quello francese dell’1,4%: il nostro Paese guadagna posizioni verso la Germania, il Belgio, l’Austria, la Finlandia e l’Estonia, e la perde verso tutti gli altri.

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