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Inflazione, Fisco Usa e mosse Bce: così l’euro è tornato al top dal 2014

Dopo il balzo di venerdì scorso, innescato dallo sblocco delle trattative per la formazione del governo in Germania, l’euro ha registrato ieri una nuova forte impennata che lo ha portato a sfiorare la soglia di 1,23 dollari. Nella prima seduta della settimana la moneta unica ha toccato un massimo di 1,2294 dollari. Era da dicembre 2014 che non accadeva. Dietro al balzo della moneta unica, che da inizio anno si è apprezzata del 2,5%, c’è soprattutto la debolezza del dollaro che in queste prime settimane dell’anno si è svalutata di oltre il 2% nei confronti delle sue principali controparti. Il dollar index, che monitora l’andamento del tasso di cambio del biglietto verde rispetto alle altre maggiori divise internazionali, ieri è tornato a 90 punti come non accadeva da oltre tre anni. Rispetto ai massimi di dicembre 2016 il dollar index è in calo di oltre il 12 per cento. Bisogna partire da qui per spiegare cosa ha orientato i mercati valutari in questo primo scorcio dell’anno.

La riforma fiscale Usa
Nelle ultime due settimane si è assistito sui mercati da una parte a una brusca ondata di vendite sui titoli di Stato americani. L’impennata sui tassi Usa è andata di pari passo con un indebolimento del dollaro. Un trend che a una prima lettura potrebbe risultare inspiegabile. In genere infatti quando i tassi di interesse salgono è perché il mercato scommette su una stretta monetaria da parte della Fed. Un evento che in genere ha l’effetto di rafforzare la valuta di riferimento. Secondo Robert Baron di Delta Hedge tassi Usa e dollaro in questa prima fase dell’anno si sono mossi in maniera controintuitiva per via della riforma fiscale recentemente approvata dal Congresso Usa. «Il piano di stimolo fiscale voluto dall’amministrazione Trump genererà un corposo aumento del deficit federale (le stime ufficiali parlano di mille miliardi di dollari in 10 anni, ndr) che potrà essere coperto solo con l’emissione di nuovo debito. La domanda che oggi molti investitori si fanno è: chi coprirà questo surplus di offerta in un contesto di mercato che vede le banche centrali ridurre gradualmente gli acquisti? Questa incertezza sta alimentando un deflusso di capitali dagli Usa che spiega perché il dollaro si sta indebolendo e perché, contemporaneamente, i tassi dei titoli di Stato Usa stanno salendo».

Le mosse della Bce
Che la riforma fiscale possa avere un impatto negativo sul dollaro nel medio-lungo termine è peraltro uno scenario tutto da verificare. C’è chi infatti scommette che gli sgravi alle imprese e il rimpatrio dei capitali con lo scudo fiscale possano avere l’effetto di trainare l’economia Usa e risvegliare l’inflazione con l’effetto, a conti fatti, di rafforzare il dollaro. Questa lettura resta in ogni ogni caso minoritaria in una fase in cui gli investitori stanno puntando molto su altre valute sulla scommessa di una inversione di rotta delle politiche monetarie. La speculazione è quella che le altre banche grandi banche centrali possano seguire l’esempio della Fed sulla strada della riduzione degli stimoli. Ieri non è stato solo l’euro ad apprezzarsi. Anche lo yen è salito molto toccando un nuovo massimo da quattro mesi sul dollaro dopo che il governatore della Bank of Japan Haruhiko Kuroda ha espresso ottimismo sulle prospettive dell’economia giapponese e sulla ripresa dell’inflazione. Tradotto: la fine del Qe si avvicina. Lo stesso discorso vale per la Bce. Soprattutto alla luce della retorica utilizzata nei verbali del direttivo di dicembre unanimemente interpretata come un segnale dell’orientamento in senso restrittivo della Bce. Nelle “minute” pubblicate giovedì scorso si legge che la Bce dovrebbe «comunicare meglio la sua fiducia nelle prospettive dell’economia». Espressioni che alimentano grosse aspettative sulla prossima fine del Qe. Aspettative con cui il presidente Draghi dovrà confrontarsi in occasione del primo direttivo dell’anno. Ma intanto già ieri Ardo Hansson, capo della Banca centrale estone e membro del comitato a 25 della Bce ha affermato che Francoforte potrebbe interrompere il suo programma di acquisto di titoli di Stato nel mese di ottobre se l’economia della zona euro continuerà ad andare bene. «Credo che potremmo passare a zero in un unico passo senza problemi», ha detto Hansson in una intervista al giornale tedesco Boersen Zeitung ,riferendosi agli acquisti della Bce.

La scommessa inflazione
L’appuntamento, in programma giovedì 25 gennaio, è stato preceduto da una raffica di dati macroeconomici molto positivi. La fiducia di consumatori e imprese nell’area euro è ai massimi dal 2000 mentre il tasso di disoccupazione è ai minimi dal 2009. Nonostante l’euro forte poi le imprese continuano ad essere competitive come dimostrano i dati sulla bilancia commerciale di novembre pubblicati ieri da Eurostat dal quale emerge un surplus di 26,3 miliardi di euro (ai massimi da otto mesi). Se questi segnali di ripresa dovessero tradursi anche in una ripresa più convincente dell’inflazione, favorita anche dalla risalita dei prezzi delle materie prime, è logico aspettarsi un «ritorno alla normalità» più rapido del previsto. Resta da capire se e quanto il rafforzamento dell’euro (un fenomeno che ha effetti deflattivi) possa contrastare questa prospettiva.

Andrea Franceschi

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