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Inflazione e crescita bassa, Draghi ricarica l’arsenale Bce

A distanza di sette anni dal 26 luglio 2012, quando Mario Draghi pronunciò il famoso discorso del “whatever it takes” a Londra contro la dissoluzione dell’euro – che da «bombo» doveva evolversi in una vera ape-, il presidente della Bce ieri ha sfoderato di nuovo tutta la determinazione della sua istituzione, preannunciando la messa a punto di un ampio programma di misure e opzioni vecchie e nuove (dal taglio dei tassi, al tiering, a un nuovo QE), in risposta «alla necessità di un orientamento di politica monetaria altamente accomodante per un prolungato periodo di tempo», per sconfiggere questa volta un altro insetto strano, un’inflazione troppo bassa troppo a lungo «che non ci piace». E per contrastare un rallentamento economico che, nella seconda metà dell’anno, invece di migliorare con un rimbalzo va peggiorando: nella speranza che alla politica monetaria della banca centrale si affianchino adeguate politiche fiscali, nel caso di deterioramento ulteriore dell’economia.

Tante le novità, anche nel solo linguaggio, annunciate e puntualizzate una ad una da Draghi ieri, pur senza azioni concrete (in attesa delle stime macroeconomiche Bce a settembre Draghi non ha segnalato ieri alcuna tempistica precisa), in vista di un corposo pacchetto di stimolo condiviso in larga misura dal Consiglio direttivo: 1) inserimento del bias di allentamento nella forward guidance con i tassi che si mantengono su livelli pari «o inferiori» a quelli attuali almeno fino a tutta la prima metà del 2020; 2) il riconoscimento senza precedenti nella decisione di politica monetaria che i tassi di inflazione, «effettivi e previsti, si sono collocati persistentemente al di sotto di livelli in linea con il valore perseguito»; 3) il riferimento alla «determinazione» del Consiglio «a intervenire»; 4) la riaffermazione, con più vigore e maggior focalizzazione, di un impegno improntato a «un obiettivo di inflazione simmetrico». E la simmetria, ha specificato Draghi ieri, significa in questo contesto che la Bce non è pronta a tollerare tanto gli spostamenti al rialzo quanto al ribasso che si allontanino troppo, e troppo a lungo «o in via permanente», dal target, che al momento è un’inflazione che « continui stabilmente a convergere su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine» (obiettivo che potrebbe essere modificato, la discussione su questo è già iniziata nel Consiglio, ha detto Draghi) ma senza un tetto al 2%; un pacchetto di opzioni «ampio», ma al momento senza dettagli perchè il Consiglio ieri si è limitato a «mettersi nelle mani» dei comitati dell’Eurosistema che dovranno esaminare «modalità atte a rafforzare le nostre indicazioni prospettiche in merito ai tassi di riferimento»; misure di attenuazione (per le banche, «ma non siamo al reversal rate, ma è un pericolo» ha detto Draghi) come l’elaborazione di un sistema a più livelli (forse due) per la remunerazione delle riserve (in eccesso); modifiche a dimensioni e composizione di eventuali nuovi acquisti netti di attività.

La necessità di allentamento altamente accomodante e a lungo è scaturita dall’andamento dell’inflazione e dal rallentamento economico. La trasmissione delle spinte sui costi all’inflazione impiega più tempo del previsto , nonostante pressioni salariali e occupazione robusta (11 milioni di posti creati nell’Eurozona in 5-6 anni, fatto senza precedenti ha rimarcato Draghi) mentre le aspettative stanno calando e a livelli raramente così bassi (Draghi ha anticipato la Survey of Professional Forecasters che di solito ha prospettive stabili e volge al basso).

Draghi è andato oltre, enfatizzando le politiche fiscali che devono accompagnare la politica monetaria per renderla «con meno effetti collaterali e più veloce». Il rischio recessione è «piuttosto basso» ma il rimbalzo della crescita, che si sarebbe dovuto concretizzare nella seconda metà dell’anno, probabilmente non ci sarà perché i dati in arrivo nel secondo e terzo trimestre segnalano per ora un maggiore rallentamento, a causa di protezionismo, guerra commerciale, mercati emergenti, hard Brexit, e non da ultimo il forte deterioramento del settore manifatturiero, soprattutto in Germania e in Italia a causa di shock idiosincratici per la maggiore esposizione proprio all’industria manifatturiera.

Il presidente è stato chiaro: se l’economia dovesse andare di male in peggio, la politica fiscale sarà sempre più importante. Per Paesi con alto debito, sono indicate politiche di consolidamento fiscale pro-crescita ma senza far allargare lo spread. La Bce la sua parte la farà, con la determinazione del whatever it takes, e Christine Lagarde sarà un nuovo presidente «eccezionale» ha assicurato Draghi: ma la Bce non potrà fare tutto da sola.

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