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Inflazione caccia ai rendimenti

di Giuditta Marvelli

Il bollettino metereologico per investitori grandi e piccoli non si può liquidare in due righe. Nubi di recessione si addensano dappertutto, non solo in Europa. L'inflazione però è ancora quella delle vecchie illusioni di ripresa dopo il primo round della crisi: le stime la danno al 3% nella prossima rilevazione. Anche se le previsioni sono in calo: per Morgan Stanley nel giro di un anno arriveremo all'1,9%. Perché, purtroppo, la frenata dell'economia è data ormai per scontata.

I mercati, lo sappiamo bene, vivono tra l'incubo del debito sovrano europeo e l'attesa spasmodica di qualche dato macroeconomico incoraggiante. Il risultato della snervante dicotomia è un profondo rosso per i mercati azionari (-23% per Piazza Affari da gennaio ad oggi), nonostante le aziende abbiamo macinato utili per tutto il 2011, e una ridda di rendimenti in ordine sparso per le obbligazioni. La scelta è tra prezzi da capogiro con rendimenti anoressici se si opta per la virtù germanica e un ventaglio di quotazioni stracciate con interessi bulimici (dal 4% dei Btp triennali ai rendimenti a due cifre della Grecia sull'orlo del default) se vogliamo parlare dell'Europa dei debitori in cerca di salvezza e riscatto.

Fermi tutti

Di fronte a questo quadro la Banca centrale europea ha deciso di annunciare nuove misure di sostegno alle banche e ai Tesori in difficoltà (riacquisto titoli di marca europea), ma non di abbassare il tasso di interesse, che giovedì scorso è stato lasciato là dove si trova dalla prima settimana di luglio, all'1,5%.

La Bce, e anche la Bank of England nelle stesse ore, hanno deciso di utilizzare di nuovo quelle che il Financial Time ha definito «le armi non convenzionali della politica economica», lasciando perdere i tassi. Nel caso della BoE perché più di così non si possono abbassare (in Uk sono allo 0,5% da dopo la crisi), nel caso della Bce perché l'ossessione dell'inflazione alta (il massimo tollerato è 2,0%) ha avuto ancora la maggioranza dei voti nel direttivo che decide. Ma non più l'unanimità.

Le prospettive

E questo è avvenuto, dice Azad Zangana, economista di Schroders, «nonostante le tremende pressione del mercato su Jean Claude Trichet perché tagliasse il costo del denaro». I mercati però non l'hanno presa male. Forse perché, davvero, il livello dei tassi (comunque basso) non è poi così dirimente per venire fuori dal tunnel. Le aspettative sono comunque per un taglio entro l'anno, che porterebbe quindi la firma del nuovo governatore, Mario Draghi, al timone della Bce dal primo novembre 2011.

Che fare allora con il portafoglio? La situazione è complicata e ognuno deve fare i conti con il suo profilo di rischio e i suoi obiettivi. Un sondaggio tra più di mille cittadini europei con centomila euro da parte (vedi pagina 25) ha rivelato che la maggioranza pensa saggiamente che la cosa migliore sia stare fermi dove ci si trova, aspettando che la situazione si stabilizzi un po' per prendere nuove decisioni.

Il minimo comun denominatore per tutti gli investitori — sia per quelli che possono rischiare un po', sia per quelli che invece non vogliono o non possono — è tenere a bada quel 3% che rappresenta in questo momento la soglia oltre cui i rendimenti diventano «veri». Un tasso di inflazione che non si può certo definire elevato, ma che, in ogni caso, risulta sproporzionato rispetto agli interessi riconosciuti dai conti correnti tradizionali (poco più di zero) o dei titoli obbligazionari con la patente di massima sicurezza. I bond tedeschi decennali rendono il 2% scarso, quelli brevi sono nell'ordine dello «zero virgola». CorrierEconomia ha quindi fatto il punto su tutto quello che consente di andare oltre quel 3%. I Bot hanno superato (di pochissimo) questa soglia cruciale nelle ultime aste, quelle avvenute dopo il deciso peggioramento della percezione internazionale riguardo al nostro ingente debito pubblico. Meglio dei Bot fanno però i conti online vincolati, quei salvadanai elettronici su cui le banche si stanno facendo spietata concorrenza a suon di tassi. Tra le altre opportunità, più rischiose di queste due, figurano poi i titoli di Stato del nostro Tesoro, che quotano sotto 100 e che offrono rendimenti tra il 4 e il 5% già sulle scadenze a cinque anni. E ancora: le azioni di casa nostra ad alto dividendo, che rendono anche il 9-10% dopo il crollo dei prezzi, e i corporate bond. Bancari e non.

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