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Inflazione ai minimi da quattro anni

In altri tempi con questi dati avremmo festeggiato. Oggi no, li prendiamo più che altro come un premio di consolazione. Perché il crollo dell’inflazione ai minimi da quattro anni in Italia, pur tutelando il nostro potere d’acquisto, non è certo il segno di un paese efficiente in cui i servizi pubblici migliorano, la concorrenza funziona, i margini si riducono e le famiglie possono approfittarne. È piuttosto l’esito, in buona parte scontato, del crollo dei consumi, visibile in ogni categoria di spesa, anche quelle considerate un tempo incomprimibili come alimentari e benzina. Una domanda sempre più magra, con vendite al dettaglio in calo dell’1,6% tra gennaio e ottobre, che ha quasi del tutto annullato le spinte al rialzo dei prezzi, già mitigate peraltro da listini energetici mediamente in discesa. Il risultato è un tasso annuo d’inflazione crollato nel 2013 all’1,2%, più che dimezzato rispetto all’anno precedente e con un trend ancora ribassista, stimato dall’Istat allo 0,7% nel mese di dicembre. Il bilancio dei 12 mesi è il più basso dal 2009 ed è lo stesso istituto di statistica ad indicare tra le determinanti di questa situazione proprio «l’intensa e prolungata contrazione della spesa per consumi delle famiglie».
Tema principale, quello della domanda, su cui ieri si sono concentrati i commenti di sindacati e associazioni di categoria, preoccupati per ciò che i numeri sottendono. Per la Cisl occorre fare il possibile per migliorare il reddito delle famiglie; la Uil considera inaccettabile la stasi del governo; per Coldiretti – che ha elaborato un’analisi su dati Ismea – ben due famiglie su tre lo scorso anno sono state costrette a ridurre o rinviare le spese; Confesercenti vede questi numeri come indice di una situazione di difficoltà e mancanza di fiducia nella ripresa; Confcommercio imputa all’assenza di politiche incisive di riduzione del carico fiscale la responsabilità dell’indebolimento della domanda; per Cia-Confederazione italiana agricoltori il problema delle famiglie è l’impegno del 60% per spese “obbligate”; il Codacons sottolinea il taglio delle spese anche per i beni di prima necessità. Nessun festeggiamento, dunque, e per una volta le accuse di sottostima del dato, ieri ricordate solo marginalmente da Federconsumatori e Adusbef, sono un elemento di contorno nei comunicati. Ciò che colpisce nei numeri Istat è anzitutto la rapidità del cambiamento, perché tra gennaio e dicembre, in soli 12 mesi, il tasso tendenziale di crescita dei prezzi in Italia è crollato dal 2,2 allo 0,7%, il minimo da novembre 2009. Tra i capitoli di spesa vi sono tuttavia alcune differenze non marginali e anche se la tendenza alla riduzione è omogenea le distanze restano. Sia a dicembre che per l’intero 2013 è il comparto alimentare, in particolare quello dei prodotti freschi, a mostrare i tassi di crescita dei prezzi maggiori. L’altra area critica è quella dei servizi relativi all’abitazione, dove la crescita annua è del 2,3%. Aumento trainato in particolare dal balzo di oltre sei punti per le tariffe di raccolta dei rifiuti, ancora in crescita dopo il +3,1% del 2012, nonostante il crollo della raccolta urbana ai minimi dal 2001. Ma qui evidentemente il calo della domanda non incide. A calmierare il dato invece, all’estremo opposto, vi è stata la caduta di prezzo per i servizi di comunicazione (-4,6%), così come in calo (-0,5%) è stato il comparto dei beni durevoli, cioè auto, elettrodomestici, arredamento, capitoli di spesa tra i più penalizzati nelle scelte delle famiglie. Spinte al ribasso a cui si è aggiunto il calo dei listini dei carburanti, giù dell’1,6%, responsabili per quasi un decimo di punto della “frenata” nella crescita dei prezzi. Livelli lievemente più alti rispetto al dato medio si registrano nei beni a maggior frequenza d’acquisto, paniere che comprende tra l’altro alimentari, bevande, affitti, servizi legati alla casa, carburanti e trasporti. Per l’intero 2013 i prezzi di questo insieme di beni e servizi lievitano dell’1,6%, soprattutto per il peso maggiore del comparto alimentare. E anche a dicembre, con una crescita su base annua dell’1,2% il dato si mantiene al di sopra del valore generale.
La caduta dell’inflazione in Italia non è comunque un fatto isolato ma è sostanzialmente in linea con quanto accade nel resto d’Europa dove il tasso medio tendenziale si è ridotto in un anno dal 2,2 allo 0,8%, seguendo un trend del tutto analogo al nostro. Situazione che preoccupa non poco la Bce, pronta ad agire per evitare che la “moderazione” nei prezzi si traduca in deflazione, con effetti quasi certamente deleteri sulle già fragili prospettive di crescita.

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