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Inefficace la cessione in spregio alla clausola

Il trasferimento della partecipazione in spregio alla clausola di prelazione determina l’inefficacia dell’alienazione stessa, non solo nei confronti della società, ma anche nei confronti dei soci e addirittura, secondo la giurisprudenza anche fra le parti stesse (in tal senso anche l’istituto di ricerca del Cndcec, nella circolare n. 12 del 27/7/2009).

Ciò in quanto sussiste una duplicità d’interessi lesi, quelli della società e quelli dei soci, cui deve conseguire una sanzione, individuata, appunto, nell’inefficacia dell’atto, operante (perlomeno) nei confronti di entrambi i soggetti.

Tanto i singoli soci, dunque, quanto la società potrebbero far valere, giudizialmente, l’inefficacia del contratto di vendita. Tale possibilità viene negata dalla giurisprudenza al socio alienante non ravvisandosi in costui alcun interesse meritevole di tutela (Trib. Catania, 3 febbraio 2003).

Alla dichiarazione d’inefficacia assoluta del contratto consegue la ricostituzione della situazione precedente in capo al socio pretermesso.

La violazione dei limiti statutari alla circolazione delle partecipazioni comporta, inoltre, l’incapacità per l’acquirente di esercitare i diritti sociali. Tale posizione è stata fatta propria dal notariato del triveneto (massime I.L.1 e I.L.2 del marzo 2009) secondo cui: «La cessione di partecipazione avvenuta in violazione degli eventuali limiti statutari al suo libero trasferimento (art. 2469 c.c.: prelazione, gradimento, divieto assoluto, ecc) è inefficace e non legittima l’esercizio dei diritti sociali da parte del cessionario».

A riguardo, è stato, conseguentemente ritenuto che il deposito al registro delle imprese e la successiva iscrizione non determini alcun effetto sanante della patologia dell’atto di trasferimento, e quindi i vizi dell’atto continueranno «_ a produrre le conseguenze che sono loro proprie e saranno opponibili ai contraenti, alla società o ai terzi nei limiti e secondo le regole che attengano ciascuno di essi».

– Rinuncia alla prelazione. La cessione di quota potrà non essere assoggettata alla prevista procedura formale, pur divenendo libera, solo in caso di rinuncia espressa all’esercizio della prelazione o nell’ipotesi in cui nessun socio intenda avvalersi di tale facoltà. Il diritto di prelazione in materia societaria, è un diritto disponibile (Cass. 15/11/1993, n. 11278) e come tale suscettibile di rinuncia da parte del suo titolare. Affinché tale rinuncia possa essere validamente esercitata, essa deve riferirsi a una progettata alienazione del bene e il rinunciante deve essere a conoscenza di tutte le condizioni di vendita, poiché si potrà avere una consapevole rinuncia solo nell’ipotesi in cui il titolare del diritto sia in grado di valutare tutti gli aspetti positivi o negativi della sua scelta.

Sebbene la rinuncia alla prelazione possa avvenire anche attraverso comportamenti concludenti del socio (Trib. Roma 8 luglio 2008) appare sicuramente opportuno che essa emerga per iscritto. In tal senso essa potrebbe risultare alternativamente:

– direttamente mediante annotazione sul libro dei soci;

– mediante indicazione nell’atto stesso di cessione se ad esso partecipano tutti i soci;

– mediante il rilascio di dichiarazione scritta di rinuncia espressa al diritto.

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