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Induzione indebita complicata

A far scattare il nuovo illecito di induzione indebita introdotto dalla legge 190/12 non è sufficiente la mera sollecitazione, da parte del pubblico ufficiale nei confronti del privato, a versare una somma di denaro: serve comunque un atto o una serie di atti attraverso i quali si concretizzi l’abuso di potere di qualità. Altrimenti non ci sarebbe continuità tra le vecchie e le nuove norme e si configurerebbe una vera e propria «abolitio criminis» per coloro che siano stati condannati per il delitto di concussione mediante induzione racchiusa nel testo previgente dell’articolo 317 cp. È quanto emerge dalla sentenza 16154/13, pubblicata dalla VI sez. penale della Cassazione.

Abolitio criminis. Continua fra i giudici di legittimità della sesta sezione penale il confronto sulla riforma Severino. Nel centro del mirino c’è ancora la novella ex art. 319 quater cp. E stavolta il collegio dà un’interpretazione diversa dal recente passato, laddove si è ritenuto che l’induzione si configurerebbe quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, pur non minacciando il privato, gli prospettano conseguenze dannose che derivano comunque dall’applicazione della legge per ottenere il pagamento della mazzetta. In questo caso, osservano gli «ermellini», non si potrebbe configurare la continuità normativa pre e post riforma: il precetto normativo sarebbe stato caratterizzato da un significato diverso da quello antecedente la novella. Che, quanto all’induzione, finirebbe per lambire la fattispecie della corruzione, indipendentemente dall’autore dell’iniziativa. In realtà, sostiene il collegio, la mera sollecitazione del denaro da parte del funzionario pubblico integra l’istigazione alla corruzione di cui all’art. 322, commi 3 e 4, cp e, se accolta, quella di corruzione consumata ex art. 319 cp.

Modalità rilevanti. Affinché scatti l’induzione, insomma, serve comunque una condotta dell’agente attraverso cui si estrinseca l’abuso di potere o di qualità del funzionario. Cambiano i diversi modelli comportamentali in cui si esprime l’abuso, che prima non contavano, e che invece dopo la riforma anticorruzione vanno distinti in concussione vera e propria, se c’è la minaccia, e induzione indebita se l’agente ricorre ad altre forme di pressione, più suggestive che intimidatoria (ma non all’inganno, altrimenti scatta la truffa aggravata). Nella specie l’impiegato dell’acquedotto chiede la tangente per «sistemare» la maxi-bolletta notificata a un utente, approfittandosi dello stato di soggezione della donna. Il passaggio di denaro è concordato, ma la signora si rivolge alla polizia e fa arrestare il dipendente infedele dell’azienda. Il fatto è qualificato come indebita induzione: la parola passa a un’altra sezione della Corte d’appello per la determinazione della pena.

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