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Industrie e magazzini, no a Tari sulle superfici

Le superfici dove avviene la lavorazione industriale sono escluse dall’applicazione della Tari, compresi i magazzini di materie prime, di merci e di prodotti finiti, sia con riferimento alla quota fissa che alla quota variabile. Lo stesso trattamento è riservato alle superfici dove si svolgono attività artigianali; per mense, uffici o locali funzionalmente connessi si paga, invece, la tassa sia per la quota fissa che variabile. Lo precisa tra l’altro la circolare del ministero della transizione ecologica del 12 aprile 2021 predisposta assieme al Mef per fornire una lettura coordinata delle varie norme del Testo unico ambientale modificate dal dlgs 116/2020 che, nel recepire le direttive europee in materia di rifiuti, ha reso in alcuni casi problematica l’applicazione della Tari, costringendo i tecnici ad una ricostruzione interpretativa ed evolutiva delle norme vigenti che necessitano, comunque, di ulteriori correttivi. Le utenze non domestiche possono conferire i rifiuti urbani al di fuori del servizio pubblico comunicando al comune tale scelta entro il 31 maggio di ogni anno. In tal caso hanno diritto alla riduzione della quota variabile della Tari in proporzione alle quantità dei rifiuti autonomamente avviati a recupero, ivi incluso anche il riciclo al quale i rifiuti sono avviati, ma resta fermo il pagamento della parte fissa che serve a coprire i costi dei servizi indivisibili. Le tariffe e i regolamenti della Tari e della tariffa corrispettiva devono essere approvati entro il 30 giugno 2021 sulla base del piano economico finanziario (Pef) del servizio di gestione dei rifiuti.

L’intervento nasce dalla nuova definizione di rifiuti urbani di matrice unionale che include i rifiuti provenienti da altre fonti simili per natura e composizione ai rifiuti domestici, eliminando così i cosiddetti rifiuti speciali assimilati agli urbani. Ciò ha determinato l’abrogazione della norma che permetteva ai comuni di disporre, con proprio regolamento, l’assimilazione dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti urbani e di percepire, per questi la relativa tassa. Le utenze non domestiche possono oggi decidere se servirsi del gestore del servizio pubblico o fare, invece ricorso al mercato. La scelta vale un periodo non inferiore a cinque anni, salva la possibilità per comune di riprendere l’erogazione del servizio anche prima della scadenza, su richiesta dell’interessato che deve indicare le tipologie e le quantità dei rifiuti urbani prodotti oggetto di avvio al recupero, per consentire ai comuni di gestire in tempo utile le variazioni richieste che hanno effetti sulla predisposizione del Pef. L’art. 30, c. 5 del dl 41/2020, stabilisce che la comunicazione deve essere presentata entro il 31 maggio di ciascun anno. I tecnici precisano che per gli anni successivi per consentire ai comuni di gestire in tempo utile le variazioni conseguenti a dette scelte la comunicazione «dovrebbe» essere effettuata l’anno precedente a quello in cui deve produrre i suoi effetti: l’uso del condizionale che tradisce l’esistenza di un ulteriore groviglio che resta in attesa di una soluzione normativa. Le nuove norme, ad ogni modo, non comportano l’annullamento dei contratti di affidamento del servizio di raccolta a soggetti privati conclusi prima dell’entrata in vigore del dlgs 116/2020, salvo il loro adeguamento alle nuove disposizioni. Per i contribuenti, invece, c’è l’obbligo di ripresentare la dichiarazione Tari se le novità normative hanno determinato una modificazione dei dati dichiarati da cui consegua un diverso ammontare del tributo.

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