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Industria, servono 45 contratti per spendere 750 milioni del Pnrr

Per leggere nel Recovery plan un disegno sull’industria italiana bisogna sforzarsi di legare fili disseminati qui e lì nel documento. Non ci sono misure orizzontali che sarebbero state utili, come incentivi alle aggregazioni e alla crescita delle Pmi, ma si è innanzitutto puntato su uno strumento già esistente, operativo dal 2011.

L’Italia, a differenza di altri paesi europei, ha scelto di non sfruttare la notifica “ombrello” alla Commissione sugli aiuti di Stato per varare misure specifiche che avrebbero forse avuto il vantaggio di essere più flessibili e adattabili al concetto di filiera. Ma ha deciso di mettere proprio sui contratti di sviluppo una dote da 750 milioni per le filiere produttive. Dote che sfigura, per usare come riferimento il paese che ci rincorre nella classifica del peso dell’industria sul Pil, al cospetto degli 11 miliardi messi nel piano di rilancio della Francia «per le filiere industriali o tecnologie del futuro». Anche se, a integrare il pacchetto pro-industria italiano, va ricordato che a valere sul Recovery fund ci sono quasi 14 miliardi per gli incentivi di Transizione 4.0 e alcuni progetti specifici ad esempio nell’aerospazio (1,5 miliardi) e nella microelettronica (340 milioni). Non è entrato l’atteso rifinanziamento della ”Nuova Sabatini” che agevola l’acquisto di macchinari, misura bloccata perché a secco di risorse.

Anche senza entrare in valutazioni sull’entità degli stanziamenti, comunque, lo schema allo studio appare polverizzato. Secondo le prime indicazioni, dovrebbero essere finanziati circa 45 contratti di sviluppo, ognuno dei quali, sulla base del trend degli ultimi anni, dovrebbe comporsi di 15-16 milioni di fondi pubblici cui sommare poco più del doppio di investimenti privati. In complesso, dunque, l’Italia stima di attivare 1,5 miliardi in alcuni settori considerati prioritari. Nell’interlocuzione con la Commissione europea i tecnici del governo Draghi hanno innanzitutto fatto riferimento a un universo di 390mila imprese coinvolte in 12 catene di fornitura strategiche. Di queste alcune sono citate nel piano sulle filiere ma in modo generico: automotive, turismo, biofarmaceutica ed “economia verde” che include ad esempio tutti i settori manifatturieri energivori chiamati a una radicale transizione ecologica.

I tecnici impegnati in prima linea nella definizione della politica industriale dei prossimi anni descrivono un progetto a due livelli. Al primo piano dovrebbero esserci gli strumenti per la ricerca e innovazione: nazionali come gli Accordi per l’innovazione (finanziati con 1 miliardo nel Fondo complementare nazionale) ed europei come gli Important projects of european common interest (1,5 miliardi nel Recovery plan) e Horizon Europe (200 milioni sempre nel Recovery per le imprese che partecipano ai bandi Ue).

Agli Ipcei in particolare viene data grande rilevanza. Si tratta di progetti a guida Ue, sui quali gli Stati possono stanziare risorse senza incorrere nei vincoli degli aiuti di Stato. L’interesse delle imprese è altissimo. Per i due Ipcei sullo sviluppo delle batterie e per il primo sulla microelettronica il governo ha ricevuto proposte dai privati per 10 miliardi di euro, di cui metà teoricamente da coprire con le risorse pubbliche. E ora si aspetta il via libera Ue per aprire a nuovi progetti su cloud, microelettronica/2, idrogeno, salute, materie prime, cybersecurity. Al secondo livello di questa scala di “politica industriale” ci sarebbero i contratti di sviluppo, gestiti da Invitalia e deputati a favorire l’industrializzazione dei risultati della ricerca. Ci sono tuttavia degli elementi da considerare. Il contratto di sviluppo, un mix di finanziamenti agevolati e contributi, potrebbe non avere flessibilità e rapidità sufficienti per coinvolgere un’intera catena partendo dal capofiliera. Poi c’è un tema territoriale, perché i contratti di sviluppo, finanziati in buona parte con risorse europee, sono destinati prevalentemente al Sud (l’80% circa negli ultimi anni) mentre una buona parte dei nuovi investimenti nelle filiere industriali potrebbe essere pianificata al Centro-Nord.

Per quanto riguarda la tabella di marcia, gli investimenti vanno conclusi al massimo dopo tre anni dalla concessione delle agevolazioni e questo, considerando che tutti i progetti del Recovery plan andranno ultimati entro agosto 2026, comporta che per definire le procedure di tutti i contratti di sviluppo in cantiere ci sono poco più di due anni a disposizione.

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