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Industria, rischio sindrome giapponese

«La deflazione è un animale economico terribile. Nel mondo l’ha sperimentata soltanto il Giappone. Peraltro nella versione più crudele: in abbinata alla stagnazione», dice l’economista dell’Università Cattolica di Milano, Luigi Campiglio. «Là è durata vent’anni – gli fa eco il piemontese Davide Canavesio, medio imprenditore della meccatronica con master in economia internazionale ad Harvard – e l’Abeconomics l’ha affrontata con uno strumento rozzo, ma efficace, come la svalutazione monetaria».
Soltanto che, per la Bce di cultura francofortese, questa cura è inaccettabile. Benvenuti nel peggiore degli scenari possibili. Che, soprattutto nel nostro Paese, potrebbe assumere profili inquietanti. Austerità, ma comunque conti sempre prossimi al disordine. Costo del denaro quasi a zero e, però, credito bancario con il contagocce. L’aumento della disoccupazione che cancella, come un tratto di gomma pane, pezzi interi di domanda. Il Pil che cresce di uno zero virgola o che, addirittura, arretra. L’aumento dell’Iva. I consumatori che restano fuori dai negozi. Con i prezzi che fanno il passo del gambero: vanno indietro.
Nella dialettica paradossale in cui causa ed effetto si scambiano di continuo i posti come nel teatro dell’assurdo, l’unica cosa sicura è che, in una prospettiva di attecchimento della mala pianta della deflazione, il sistema industriale rischia un rimpiccolimento e il tessuto sociale corre il pericolo della disgregazione.
«La situazione è strutturalmente complessa, per noi, ma anche per buona parte dell’Europa non tedesca. L’austerità imposta dalla leadership della Germania compensa in negativo gli effetti potenzialmente positivi delle riduzioni del costo del denaro decise da Draghi. Per la tenuta del Paese, c’è di che preoccuparsi», riflette Campiglio. E se lo dice lui, che dieci anni fa è stato il primo a capire l’impoverimento sostanziale cagionato alle semplici persone dall’introduzione dell’euro. Oggi, la condizione dei consumi è maledettamente complicata.
«Non so se ci sia o meno un pericolo reale di deflazione – nota Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione –, di certo però in questi giorni si è formata, su questo tema, una sensibilità acuta. Dunque, potrebbe essere una buona occasione per rimodulare i contenuti della Legge di Stabilità. La sua impostazione, che non stimola i consumi ma aumenta le tasse, è espressione prima di tutto della necessità di tranquillizzare Bruxelles sulla tenuta dei conti. Va però riequilibrata. Per riattivare i consumi, servono più soldi nelle tasche degli italiani». Anche se, nel profondo della psicologia collettiva del Paese, potrebbe essere successo qualcosa di radicale.
«L’impatto della crisi sui consumi è così intenso – nota l’economista piemiontese Giampaolo Vitali – da farci chiedere se non sia cambiato il modello di consumo. Per alcuni beni non si può parlare tecnicamente di deflazione, dato che il prezzo non riesce proprio a formarsi. E, questo, accade perché la domanda non è né poca, né rara: semplicemente non esiste. E se gli italiani avessero interiorizzato la povertà, o la paura della povertà, così tanto da non volere più pagare certi prezzi per determinati beni? Pensiamoci».
Non c’è però soltanto questo (vertiginoso) scalino. C’è anche il fenomeno, meno traumatico ma altrettanto logorante, della deflazione classica. Che, oltre a scoraggiare i consumi, danneggia il tessuto manifatturiero. «Per definizione – ricorda Paolo Mameli, economista dell’ufficio studi di Intesa San Paolo – una inflazione di poco superiore al 2% ha un impatto positivo sui produttori: disporre di un aumento del prezzo nominale dei beni prodotti è in sé e per sé desiderabile».
In un contesto opposto, invece, muterebbe la fisiologia interna del sistema industriale. Prezzi in calo. Margini in contrazione. Costi costanti. Taglio degli investimenti. Con conseguente downsizing del sistema. In perfetta (e nefasta) coerenza con la deriva storica di medio periodo del nostro capitalismo manifatturiero, che ha visto negli ultimi vent’anni cadere molte grandi imprese e diminuire il suo standard dimensionale. «In difficoltà – aggiunge Vitali, segretario del Gruppo italiano Economisti di Impresa (Gei) – sarebbero soprattutto le società medio grandi che usano budget formalizzati con previsioni che, in uno scenario di deflazione, salterebbero tutte. Le Pmi, invece, con la loro abitudine a navigare a vista soffrirebbero di meno».
Bella consolazione. Come sarebbe una ben magra consolazione l’effetto “positivo” sull’export: «Una deflazione concentrata in Italia, ma anche in Spagna e in Grecia – commenta Sergio De Nardis, capoeconomista di Nomisma – sarebbe una sorta di svalutazione competitiva mascherata. Ma al prezzo di lacrime e sangue: nuova disoccupazione e imprese in decadenza, più l’impossibilità tecnica di rispettare gli obiettivi del rapporto debito su Pil, dato che il Pil nominale cadrebbe». Prove tecniche di autoimplosione, insomma.

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