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Industria, ricavi in caduta del 13% ma nella crisi del 2009 era peggio

Virus depotenziato? A stare agli effetti previsti oggi sull’economia si direbbe di sì. Per l’industria italiana il 2020 sarà certamente un anno da dimenticare, ma l’entità della crisi si prospetta non peggiore di quella del 2009, quando erano esplose le conseguenze del fallimento della banca d’affari Usa Lehman Brothers. Secondo le proiezioni dell’Area studi Mediobanca, infatti, i maggiori gruppi industriali della Penisola dovranno fronteggiare una caduta del fatturato dell’ordine del 13%, con un’evoluzione più favorevole per il singolo comparto manifatturiero che potrebbe ripiegare “solo” del 9%. Mentre invece nel 2009 il giro d’affari dell’industria si contrasse del 14,7% e quello della manifattura del 16,2%.

Quest’anno il valore aggiunto dell’industria potrebbe flettere meno del 5% rispetto al -6,1% del 2009, tenuto conto della sospensione dei costi operativi durante la fase di lockdown, delle moratorie sul debito, delle misure di sostegno pubblico al costo del lavoro e alla liquidità e, inoltre, del ricorso generalizzato allo smart working che ha ulteriormente ridotto i costi.

Nell’insieme, dunque, lo scenario per quest’anno è meno fosco di quanto si paventasse nel bel mezzo della crisi sanitaria, quando si dava per scontato che un quinto dei ricavi dell’industria si sarebbero volatilizzati. Resistere è d’obbligo se, con una situazione sanitaria più sotto controllo, ci sarà finalmente l’anno prossimo l’agognata ripresa che l’Area studi Mediobanca traduce in stime di crescita del 5,9% per il comparto manifatturiero (contro il +7,7% del 2010) e del 7,5% per l’industria nel suo complesso (+7,4% nel 2010).

Crescita per pochi

Non che vada meglio per tutti. Per esempio, secondo l’Area studi Mediobanca, le pmi sono destinate a soffrire di più delle grandi aziende e, al di là della manifattura, ci sono settori che finiranno per pagare un conto più salato. Così l’immobiliare, comparto per il quale si teme un crollo dei ricavi del 22% rispetto all’anno scorso, l’edilizia (-20%) e i trasporti (-19%). Un po’ meglio il comparto petrolifero, con una flessione delle entrate prevista nell’intorno al 13% e la fornitura di gas e elettricità (-12%), che scontano comunque l’andamento negativo dei prezzi del greggio. Altri settori, che hanno avuto un ruolo nella gestione della crisi sanitaria, paiono in termini relativi più “protetti”, con flessioni dell’ordine del 7% per i comparti chimico e cartario, e del 5% per la produzione di vetro a uso medico.

La crescita però è un miracolo per pochi. Segni più nel comparto manifatturiero sono a portata solo della farmaceutica, che potrebbe chiudere il 2020 con ricavi in aumento del 4%, e l’alimentare, +2%.

Per tutta l’area del commercio non alimentare, invece, la prospettiva è da brivido, con una contrazione del giro d’affari tra il 20% e il 30%, mentre il commercio alimentare potrebbe chiudere in pari.

Il campione

Ma come sono entrate le aziende italiane nel tunnel della crisi? Per rispondere l’Area studi Mediobanca, nella pubblicazione Dati cumulativi, ha analizzato i bilanci delle principali imprese industriali e di servizi italiane attive continuativamente dal 2010 al 2019. In particolare, sono stati analizzati i dati di 2120 società italiane, che rappresentano il 47% del fatturato industriale complessivo del Paese e il 48% di quello manifatturiero, il 35% di quello dei trasporti e il 39% della distribuzione al dettaglio. Da notare che le imprese a controllo estero comprese nell’indagine rappresentano il 57% di quelle con più di 250 addetti operanti in Italia e il 90% delle sole manifatturiere. Sono incluse tutte le aziende italiane con più di 500 dipendenti e circa il 20% di quelle di medie dimensioni manifatturiere, con 50-499 addetti. Agli ultimi dati di bilancio, quelli del 2019, il 20% del fatturato aggregato faceva capo a 141 società pubbliche, il 46% è relativo a 1405 imprese controllate da privati, mentre il 34% si riferisce a 574 società che fanno capo a all’estero (sia soggetti privati che pubblici).

La salute delle imprese

La pandemia è un evento esogeno all’economia e la crisi del 2020 ha perciò caratteristiche a sè. Tuttavia rispetto al recente passato – shock petrolifero degli anni ’70 e crisi finanziaria innescata dal fallimento Lehman – si può dire che l’industria italiana è stata colta dal virus in condizioni migliori sotto il profilo patrimoniale, ma meno sotto il profilo reddituale. Il rapporto tra debiti finanziari e capitale netto era infatti dell’80,5% lo scorso anno, contro l’89,7% del 2008 e il 293,1% del 1974, mentre il Roi – il ritorno sul capitale investito – era del 7,4% nel 2019, contro il 9,1% del 2008 e l’8% del 1974.

Ovviamente le condizioni di base non erano le stesse per tutti. Le imprese pubbliche infatti non sono cresciute nell’ultimo decennio (-0,1% il fatturato 2019 sul 2010), mentre le private hanno ampliato il giro d’affari del 14,6%. Però le pubbliche hanno investito di più delle private con investimenti nell’ultimo triennio pari al 19,7% del fatturato contro il 12,4% delle altre. La manifattura è stato il comparto più brillante, con vendite in aumento del 20,7% rispetto al 2010, in condizioni di solidità patrimoniale (debiti finanziari pari alla metà dei mezzi propri). Sotto la media però gli investimenti del triennio (pari al 10,2% del fatturato). In particolare emerge il comparto delle medie imprese familiari che hanno registrato nel decennio un aumento dei ricavi del 30,7%, con debiti sotto controllo (51,8%) e buona redditività (Roi al 9,1%). I servizi, a fronte di un incremento dei ricavi dell’8,1% nel decennio, scontano un più elevato livello di indebitamento, con debiti finanziari pari al 119,8% del capitale netto. Per contro è più alto il tasso d’investimento, che sale al 24% e addirittura al 55,4% per le tlc.

Quanto alla redditività, le aziende italiane sono arrivate alla vigilia della crisi con margini industriali netti inferiori del 5,6% rispetto ai livelli del 2010 (ma -13,5% le aziende pubbliche e -2,6% le private). La manifattura però ha visto crescere i margini del 31,5% nel decennio, mentre nei servizi il mon è sceso del 32,5%. Anche qui le star sono le medie imprese familiari che in dieci anni hanno aumentato i margini del 55,7%.

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