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Industria, in Europa arriva l’obbligo del marchio «made in»

BRUXELLES — È un «giù la maschera» a lungo atteso, soprattutto dalle piccole e medie imprese: la Commissione europea ha adottato nuove misure che imporranno a tutti prodotti non alimentari l’obbligo del «made in», cioè dell’indicazione di origine. E questo sia per i Paesi terzi (per esempio Cina, Giappone, Usa, Brasile) sia per quelli della stessa Ue. La proposta approvata da Bruxelles passerà ora al vaglio del Parlamento e del Consiglio, e se tutto andrà bene entrerà in vigore entro il 2015 (i tempi europei non lasciano scampo).
La speranza, dopo anni e anni di discussioni in tutte le sedi, è che la decisione metta la Ue sullo stesso piano dei Paesi di altri continenti, gran parte dei quali già impongono il «made in». E che la nuova etichetta diventi presto una sorta di assicurazione anti truffa per tutti i consumatori e per le imprese produttrici, soprattutto per quelle piccole e medie. Nelle parole del vicepresidente della Commissione e commissario Ue all’Industria, Antonio Tajani: «un migliore coordinamento dei controlli di sicurezza dei prodotti, in particolare alle frontiere esterne dell’Ue, eliminerà la concorrenza sleale di operatori scorretti, disonesti o criminali».
Positive le reazioni, soprattutto dall’Italia, dove le piccole e medie imprese protestano da anni contro una situazione giudicata insostenibile. Confindustria ha accolto il passo di Bruxelles «con grande interesse e attenzione», come ha rilevato la presidente del Comitato tecnico per la tutela del Made in Italy e la lotta alla contraffazione, Lisa Ferrarini. «La proposta originaria in discussione dal 2005 — ha aggiunto — era stata considerata potenzialmente discriminatoria da recenti orientamenti del Wto, (l’Organizzazione mondiale del commercio, ndr) perché era relativa ai soli prodotti importati» da fuori dell’Europa. «Includendo anche quelli europei nella proposta di regolamento — è ancora il giudizio di Confindustria — la Commissione ha fatto un passo significativo, rimosso l’ostacolo e ampliato il suo campo di applicazione, rispondendo alle richieste del Parlamento Ue. Si tratta di un segnale politico importante per il nostro sistema, da oltre 10 anni impegnato nella battaglia per la trasparenza».
Di una «buona notizia» per le imprese italiane parla anche la Confartigianato: «Finalmente si colma un vuoto normativo dell’Europa, rimasto l’unico continente a non disporre di tutele per l’origine dei propri prodotti e delle merci importate». Secondo gli artigiani, le proposte legislative della Commissione «colgono molteplici obiettivi: valorizzare il patrimonio manifatturiero dell’artigianato e dell’impresa diffusa, difendere il diritto dei consumatori a una corretta informazione sull’origine dei beni acquistati, contrastare il fenomeno della contraffazione con un comune impegno delle autorità di vigilanza dei Paesi europei». Proprio un’indagine condotta dalla Confartigianato, su dati dell’Eurobarometro, ha recentemente chiarito le dimensioni e l’importanza del problema: un cittadino europeo su 3 si regola nei propri acquisti basandosi sul «made in», cioè sull’origine dei prodotti attestata dall’etichetta. Sempre che li trovi, naturalmente. E in Italia, sarebbero almeno 25 milioni le persone che hanno bisogno di una simile rassicurazione. Un esempio non lontanissimo nel tempo: le indicazioni di provenienza delle carni fornite da ristoranti, mercati, macellerie, durante e dopo la psicosi della «mucca pazza».

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