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Industria green: l’Italia, in ritardo con i brevetti, tenta il recupero

La dipendenza commerciale dalle nuove tecnologie, quelle che domineranno i paradigmi della transizione ecologica, è diventata un’ossessione tra gli esperti di politica industriale del governo. Il tema, tra i ministri impegnati su queste tematiche, è considerato fortemente critico perché non possiamo permetterci di diventare contributori netti nell’acquisto di sistemi e apparati tecnologici, perpetuando per anni in decine di altri settori quello che è successo, solo per citare un esempio, con i pannelli fotovoltaici importati dalla Cina. E considerando, in più, possibili profili di sicurezza nazionale per alcune specifiche tecnologie impiegate in asset strategici.

Gli investimenti che saranno attivati in infrastrutture pubbliche e iniziative private con i fondi del Recovery Plan da questo punto di vista non possono che moltiplicare l’attenzione. I dati relativi al confronto internazionale dicono che non siamo ancora pronti, anche se quelli elaborati dal ministero dello Sviluppo economico sul flusso delle domande nazionali qualche segnale di fiducia almeno lo concedono.

I tempi del processo di conseguimento di un titolo di proprietà industriale fanno sì che le statistiche non siano allineate all’anno in corso. Ma sono un indicatore prospettico comunque chiaro. L’Ocse mette l’Italia negli ultimissimi posti per quota di brevetti in tecnologie ambientali sul totale: 9,4%, contro il 10,9% della media Ocse, il 12,9% della Ue a 27, il 14,3% della Germania, il 12,8% della Francia, l’11,1% del Regno Unito, il 10,4% del Giappone, ma anche il 10,8% della Spagna e il 10,5% della Grecia.

Come sta accadendo a livello globale, anche l’Italia negli ultimi anni si sta riposizionando ma parte da un ritardo acquisito notevole. L’andamento della proprietà industriale sulle tecnologie in materia ambientale ha avuto un’impennata agli inizi del secolo con gli sviluppi nel campo delle energie alternative e dei trasporti sostenibili, ora la sfida diventa però sempre più sofisticata.

Segnali di recupero come detto ce ne sono. Partiamo dal dato complessivo. Nel 2020 l’Epo (European patent office) ha ricevuto 180.250 domande di brevetto, con un calo sorprendentemente basso vista la pandemia (-0,7%). In questo contesto l’Italia ha registrato addirittura un aumento, del 2,9%, come pochi paesi, tra cui Francia e Finlandia, e in controtendenza ad esempio rispetto a Germania e Usa.

L’Ufficio italiano brevetti e marchi (Uibm) del ministero dello Sviluppo economico ha segnalato che per la prima volta le domande di brevetto per invenzione industriale hanno superato quota 11.000(+878 rispetto al totale del 2019). La classificazione Uibm per categorie, riferita alle sole domande con ricerca di anteriorità (indicatore diverso da quello Ocse), vede le tecnologie ambientali in crescita dal 9,2% del 2009 al 10,6% del 2018. In termini assoluti da 778 a 929 depositi. In cinque anni la crescita è stata del 27 per cento. Il 21% dei depositi si riferisce alla gestione del ciclo dei rifiuti e all’utilizzo delle materie seconde, quote di pari entità riguardano la produzione di energie alternative e il risparmio energetico, il 12% i trasporti, il 4% l’agricoltura. Un ulteriore 19% riguarda aspetti normativi e progettazione.

L’analisi dell’Ufficio brevetti scompone poi queste macroaree e fa emergere singole filiere tecnologiche su cui l’innovazione italiana sta puntando in modo significativo. I pannelli solari per il fotovoltaico occupano il 7,1% delle domande di brevetti eco-sostenibili, il geotermico il 3,3%, i biocarburanti il 3,2%. Il controllo dell’inquinamento il 13,7%, lo smaltimento dei rifiuti in senso stretto il 3,6%. E ancora: l’isolamento termico degli edifici il 6,9%, la misurazione del consumo elettrico il 5,5%. Le domande per veicoli eco-sostenibili rappresentano il 6,4%, quelle per il trasporto ferroviario il 3,7%.

Una spinta all’innovazione in tutti quei settori potrebbe derivare anche da un uso più efficiente dei fondi pubblici. Al momento le agevolazioni per la R&S nell’economia circolare non hanno riscosso il successo atteso e a quattro mesi dall’apertura dello sportello le richieste sono ferme a poco più di 77,2 milioni su 220 milioni disponibili. Ha sicuramente inciso la pandemia, perché per accedere agli incentivi bisogna comunque attivare un finanziamento bancario e mettere su un investimento significativo. Ma i in alcuni aspetti la complessità dei meccanismi del bando ha frenato gli entusiasmi.

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