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Industria, ai nuovi settori green supporto con credito e capitale

L’immagine sbiadita del Green new deal che caratterizzò gli esordi del secondo governo Conte si rivitalizza negli impegni del nuovo governo Draghi. In 98 parole il premier condensa un piccolo manifesto di politica industriale, che ora però andrà declinato in policy rapidamente realizzabili e finanziariamente sostenibili. «Il cambiamento climatico, come la pandemia, penalizza alcuni settori produttivi senza che vi sia un’espansione in altri settori che possa compensare» è la fotografia di questa epoca. «Dobbiamo quindi essere noi ad assicurare questa espansione e lo dobbiamo fare subito» aggiunge il premier. Incentivi intelligenti e non a pioggia, credito e finanza per l’impresa sembrano le chiavi proposte. «La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione – riassume Draghi – di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create». Ci sono interi settori industriali che si stanno riconvertendo all’economia circolare e che su di essa iniziano a prosperare. Ci sono grandi comparti manifatturieri ad un bivio storico, come la siderurgia plasticamente definita dalle ambizioni statali per la nuova Ilva, ci sono industrie che stanno sfornando progetti da proporre per i finanziamenti europei dei Grandi progetti di interesse comune (Ipcei) nel campo dell’idrogeno e delle batterie. C’è una filiera produttiva che emerge alla luce per dare anche all’Italia qualche primato nelle energie rinnovabili dopo un’era di predominio Cina-Germania. Ma ci sono anche piccole imprese che hanno riorganizzato i processi organizzativi o la spesa in innovazione per beneficiare del credito d’imposta del 15% per gli investimenti in conversione ecologica del piano Transizione 4.0.

Il punto semmai è che misure, incentivi, bandi di gara ornati con l’etichetta green nel tempo si sono stratificati senza un ordine o una visione comune tra iniziative un po’ estemporanee. Sarà fondamentale il lavoro del nuovo ministro dell’Ambiente, Roberto Cingolani, soprattutto per quella delega a presiedere il Comitato interministeriale per le attività sulla transizione ecologica, centro deputato a collocare in una visione di futuro policy altrimenti disordinate. La prima porta di accesso a questa visione la offre il Recovery Plan che dovrà guardare, sottolinea Draghi, al 2030 e al 2050, anno in cui la Ue punta a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti. Nell’attuale versione gli interventi per accompagnare la trasformazione dei settori produttivi sono solo abbozzati, anche quando sembra di entrare più nel dettaglio, ad esempio nell’uso dell’idrogeno nell’industria “hard to abate”, con livelli di emissioni difficile da abbattere. Nel suo discorso Draghi cita come progetti da potenziare proprio l’uso dell’idrogeno insieme alla produzione da fonti rinnovabili e alla distribuzione di energia per la mobilità elettrica. Suggerimenti specifici il premier li avrà sicuramente colti nel piano redatto otto mesi fa dagli esperti coordinati da Vittorio Colao. Qualche esempio: una fiscalità energetica con “carbon tax”, che fissi il prezzo minimo del carbonio e disincentivi le imprese più inquinanti; supporto alla modernizzazione degli impianti industriali energivori, ad esempio prorogando le attuali agevolazioni sul costo e riducendo gli oneri connessi al sostegno delle rinnovabili; incentivi fiscali per la formazione di Energy manager per le filiere più esposte; agevolazioni alla transizione energetica dei privati ad esempio con la produzione/ auto-produzione energetica.

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