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Da Industria 4.0, giustizia civile e liberalizzazioni +6% di produttività

Le liberalizzazioni dei servizi introdotte con il dl “Salva Italia” del 2011, le riforme della giustizia civile varate a partire dallo stesso anno e il pacchetto “Industria 4.0” lanciato nel 2016 hanno prodotto effetti misurabili sia dal punto di vita macroeconomico sia sotto il profilo microeconomico. In particolare, al netto delle incertezze sulle stime e ignorando tutti gli choc negativi che hanno colpito l’economia nazionale nello stesso periodo, nel 2019 queste tre riforme strutturali avrebbero determinato un aumento del livello del Pil tra i 3 e i 6 punti percentuali rispetto a quello che si sarebbe realizzato senza interventi governativi. Nel più lungo periodo la capacità produttiva, stimata in termini di Pil potenziale, grazie alle tre riforme (due delle quali senza oneri per lo Stato) si rafforzerebbe del 4/8%, con effetti positivi anche sul mercato del lavoro: +0,4% gli occupati; -0,3 punti percentuali il tasso di disoccupazione.

In attesa di conoscere quali saranno le scelte dell’Esecutivo in vista dell’adozione del piano anti-crisi Next Generation EU, la Banca d’Italia accende una nuova luce a favore delle riforme strutturali e lo fa con i risultati quantitativi del Working paper (n.1303) pubblicato oggi nella collana “Temi di discussione” a firma di tre economisti della nostra banca centrale, Emanuela Ciapanna, Sauro Mocetti e Alessandro Notarpietro.

L’analisi si è focalizzata su queste tre riforme (e non su altre come il Jobs Act o la riforma della Pa, pure adottate negli ultimi dieci anni) poiché per esse erano disponibili indicatori quantitativi sufficientemente dettagliati che ne hanno consentito una valutazione d’impatto su due variabili chiave: la produttività totale dei fattori (Ptf) e la differenza tra prezzo di vendita e costo di produzione dei beni/servizi delle imprese (mark up), indicatore del livello di concorrenza nel mercato di riferimento.

I risultati sono incoraggianti: le liberalizzazioni nei servizi (per esempio le aperture domenicali dei punti vendita e le possibilità di ampliare le superfici commerciali, l’abolizione delle restrizioni fiscali e sulla pubblicità dei servizi professionali o, ancora, la liberalizzazione nel settore dei trasporti) avrebbero aumentato la Ptf del 4,3% e ridotto il mark up dello 0,7%. Gli incentivi all’innovazione, che comprendono il super-ammortamento, l’iper-ammortamento, i crediti d’imposta per R&S e la “nuova Sabatini”, avrebbero dato un impulso alla Ptf dell’1,4% mentre le riforme della giustizia civile dello 0,5%. Tra il 2010 e il 2018, su quest’ultimo fronte, una delle evidenze empiriche prese in considerazione è il calo del 27% dei fascicoli arretrati e la riduzione avvenuta da 15 a 13 mesi della durata media di una controversia civile o commerciale.

Una volta valutati gli effetti delle riforme su Ptf e mark up è stata realizzata una simulazione sulle variabili macroeconomiche di interesse tramite un modello dinamico stocastico di equilibrio generale (DSGE). Le stime prodotte sono in linea con quelle delle principali organizzazioni internazionali (Ocse e Fmi) ma anche con quelle del ministero dell’Economia e dimostrano come gli effetti delle riforme strutturali, ovvero gli interventi sul lato dell’offerta capaci di rimuovere gli ostacoli a produzioni più efficienti di beni e servizi, siano maggiori nel più lungo periodo.

Delle tre riforme esaminate si assumono tempi di attuazione variabili tra i tre e i sette anni e gli autori insistono nel sottolineare che la quantificazione degli effetti macroeconomici va considerata al netto di tutti gli altri fattori che hanno influenzato l’andamento reale dell’economia (l’anno scorso il tasso di crescita del Pil ha segnato un ristagno attorno allo 0,3%). In altri termini: immaginiamo dove si sarebbe fermato il livello del reddito nazionale in assenza di quelle tre riforme. Una lezione per i policy maker che dovranno decidere quali leve muovere per uscire dalla recessione che ci ha imposto il nuovo coronavirus con l’epidemia Covid-19.

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