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Industria, in 20 anni perso un terzo della produzione

ROMA — Scende lenta, inesorabile. Senza crolli, con qualche sussulto. Ma in direzione ostinata e negativa. La produzione industriale italiana è lo specchio di un Paese in declino. Lo spiegano i numeri Istat, aggiornati ad ottobre: -0,3% su settembre, -2,4% sul 2018. Lo racconta il confronto impietoso col decennio perduto della Grande crisi: -22% rispetto al picco dell’agosto 2007. Un quinto e più di produzione industriale polverizzata. In cifre: 68 miliardi persi. Una ripresina si era pure affacciata. Ma dal dicembre 2017 in poi di nuovo giù: -5,3%. Non desta meraviglia allora un Pil pallido, bloccato allo zero virgola. L’occupazione che sale solo col part-time involontario: lavoretti e paghe basse. E l’Italia Cenerentola d’Europa quanto a produttività.
I dati
Cifre sconfortanti, specie nel dettaglio. La produzione di beni intermedi – fondamentali per tutti i processi produttivi, dai preparati per gli alimenti alla chimica, dalla plastica alla metallurgia – si è assottigliata di oltre un terzo (-34%) in quasi vent’anni, dal 2000 ad oggi. Così pure la produzione di beni di consumo, compreso il sistema moda e l’arredamento, punti di eccellenza del bello e ben fatto italiano: -16% da inizio secolo. Stessa performance per i beni strumentali, trascinati in basso anche da un settore auto calante. Produzione di energia: -8,5%. «Da quasi due anni, ovvero da dicembre 2017, la produzione industriale italiana è in calo costante», conferma Giancarlo Bruno dell’Istat, esperto di congiuntura. «I dati mensili si alternano: giugno e luglio sono stati negativi, agosto leggermente positivo, poi settembre e ottobre di nuovo negativi. Ma se si guarda il dato tendenziale, meno affetto da volatilità, cioè il confronto con lo stesso mese dell’anno precedente, registriamo un calo da 8 mesi consecutivi. Siamo in una fase di indebolimento evidente, coerente con le dinamiche dell’area euro, in particolare in Germania».
La produttività
Ancora più sconcertanti i numeri sulla produttività nel 2018, forniti sempre da Istat: -0,3% quella del lavoro, +0,1% quella del capitale. In totale: -0,2%. Che significa: meno valore aggiunto per ora lavorata, quindi scarso progresso tecnico e inefficienza dei processi produttivi. «Come dice l’economista Krugman la produttività non è tutto, ma nel lungo periodo è tutto», scherza Andrea Garnero, economista Ocse. «I dati Istat sono incredibili, eppure non conquistano l’agenda della politica».
La produttività del lavoro tra 1995 e 2018 in Italia è salita in media annua dello 0,4% appena. Quella del capitale è scesa dello 0,7%. «Una stagnazione unica in Europa e tra paesi Ocse, dove si avanza dell’1,6-1,8%», prosegue Garnero. «Non centra dunque l’euro. Piuttosto il mancato appuntamento con il salto tecnologico negli anni ‘90. Il Paese invecchia, decresce, le imprese non innovano perché piccole, le grandi non tengono il passo della competizione globale. I manager spesso non sono all’altezza, mancano di visione. Faticano a uscire dalla zona di conforto e della rendita di posizione».
Crisi strutturale
Produzione crollata, produttività stagnante. «Il problema è strutturale, il Paese è arrivato alla crisi del 2007 già in ritardo di crescita», ragiona Francesco Saraceno, economista e docente alla Luiss e a Science Po di Parigi. «L’Italia è stata colpita più o meno come gli altri, anzi le sue banche hanno resistito persino meglio. Ma ora fatica a uscirne. Non solo la produttività, ma tutti gli indicatori – Pil, occupazione, occupazione giovanile confermano che il Paese è in affanno ». Ma quando ci siamo fermati? «Alla fine degli anni ‘80. Abbiamo pagato la crisi politica, il debito alle stelle, Mani Pulite. Proprio quando era necessario cambiare direzione al Paese, uscire dal modello vincente degli anni ‘50-‘60, costruirne un altro, agganciare le autostrade digitali. Invece le grandi imprese si sono dissolte, smantellate, mangiate da corruzione e malgoverno. L’euro ci ha tolto poi le svalutazioni competitive, ma non ha cambiato nulla. Il grande declino era già partito».
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